Il “Pueblo” di Ascanio Celestini

Se racconti una barzelletta dicendo che fa molto ridere difficilmente poi si ride. Lo ricordava lui stesso, nel mezzo del suo spettacolo, che non era comico, ma aveva il taglio di umorismo nero che è il marchio di fabbrica di Ascanio Celestini. Ora, questo spettacolo aveva come titolo “Pueblo”, e quindi chiunque lo conoscesse un po’ non si aspettava nulla di diverso.

Il punto è che le storie dei ricchi si somigliano sempre tra loro, mentre ognuno è povero ed emarginato a modo suo. Anzi, in realtà il punto non è neppure questo: è che a forza di raccontarci che i ristoranti sono tutti pieni, e che i poveri non esistono, c’è il rischio che più di qualcuno ci creda. Perché nelle realtà ovattate e settoriali che talvolta viviamo, nel cieco timore che spesso abbiamo del diverso c’è la concreta possibilità che non si riesca a vedere oltre il proprio naso. E allora, se una barzelletta stupida come quella che ha raccontato Celestini porta ad una risata così fragorosa e liberatoria, forse vuol dire che la tensione portata in sala era alta. E che di spettacoli come questo c’è più bisogno del previsto, perché più che un vezzo artistico sono una necessità.

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