I Franz Ferdinand, un concerto da paura

Ci sono concerti dove il gruppo ci mette un’ora buona per trovare il ritmo giusto, il feeling col pubblico, perché si senta quella magica alchimia di energie nell’aria.

Ci sono un sacco di concerti dove non avviene mai, perché, beh ci sono mille perché: il gruppo ha un po’ di scazzo, sono stanchi di suonare le solite canzoni e sotto sotto non hanno alcuna voglia di essere lì. E se non fosse per il fatto che li pagano starebbero volentieri a casa sul divano ad accarezzare il gatto o a fare una passeggiata nel bosco.

Poi ci sono i Franz Ferdinand, capitanati da quel pazzo scatenato di Alex Kapranos, mezzo inglese e mezzo greco, che vuol dire eleganza colonialista un po’ Brexit, senso del Rock che ti entra nelle vene solo perché sei nato oltremanica, mescolato a un fare da filosofo, viaggiatore e dio dell’olimpo. Tradotto per chi non c’era: follia e genio di chi prende per mano il gruppo e dona tutto se stesso in un interscambio esponenziale con il pubblico.

Tutti saltano, tutti ballano, ed è una forza ingestibile quella che circola nella piazza, con sorrisi di quella gioia incontenibile che solo certa musica sa regalare. Alla fine non ce l’ha fatta più, con il pubblico in delirio sempre più vicino, sempre più dentro di lui: scende lentamente dal palco e via, preso e sollevato, portato in cielo mentre continua a cantare a testa in giù, come nulla fosse.

Si chiude con quel gioco che se non funziona finisce male, ma funziona, e alla grande: tutti in ginocchio ai suoi piedi col rischio di far saltare menisco e crociato per poi esplodere incontenibili al cambio di ritmo. Tutti di nuovo in piedi a saltare con quel collante indissolubile che quando capita te ne torni a casa rigenerato e continui a ripetere a tutti: cazzo che concerto da paura!!

Paolo Tedeschi

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