Malika Ayane incanta l’Hiroshima Mon Amour

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Ci sono certi luoghi che resistono al tempo, che assorbono gli anni attraverso le pareti, per poi restituire tutto in una serata che ha la magia degli anni ’80, senza sentirsi vintage. 

L’Hiroshima Mon Amour è uno di questi, e Malika Ayane ne incarna a meraviglia lo spirito. Malika è una presenza che accoglie il meglio degli ultimi 30 anni (e il locale ha scritto sulla carta d’identità 1986): lei è un mix ammorbidito tra il pop colorato di Madonna, il sound degli ’90, la fragilità esplorativa dell’inizio del millennio. E ora, con ironica consapevolezza e senso di gratitudine, sprigiona gioia di cantare e di vivere: che va coltivata, s’intende, e condivisa. Sennò è solo finzione social, aria che brucia: il niente più assoluto, con lei invece è energia pulita, rinnovabile, di quelle che ti cambiano l’umore.  In meglio. 

Malika Ayane è parole, sorrisi, è presenza scenica che scivola tra noi come il suo vestino nero sotto la spallina: è anima, calore, nitidezza di suoni, è gentilezza ma sa spaccare, come quando parte Tempesta e ci troviamo tutti a saltare facendo svolazzare birre, reggiseni e orecchini.

Il resto lo fa un locale che ha storia, presente e futuro, e nel quale Malika sognava di esibirsi da anni. Un punto d’arrivo e di partenza, per lei, per tutti. 

Paolo Tedeschi

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