Montecchio: Le sculture di Roberto Lanaro nella Nuova Galleria Civica

Dall’11 maggio al 16 giugno la Nuova Galleria Civica di Montecchio Maggiore ospita la mostra dello scultore Roberto Lanaro “Sculture nello spazio”.

L’esposizione, curata da Giuliano Menato e patrocinata dalla Città di Montecchio Maggiore, sarà inaugurata sabato 11 maggio alle 18, mentre giovedì 6 giugno alle 20,30 è in programma l’incontro pubblico con l’artista, accompagnato dall’intervento musicale di Giuseppe Dal Bianco (flauti etnici, duduk armeno).

La mostra sarà aperta il sabato e la domenica dalle 10,30 alle 12,30 e dalle 16 alle 19 con ingresso libero. Ecco come introduce la mostra il curatore Giuliano Menato:

L’espressività severa e solenne dei ferri forgiati da Roberto Lanaro – sculture che giocano con lo spazio e dialogano con la natura – evoca un mondo artigiano fatto di primordiale sapienza del mestiere nel dominare la materia e la ferma volontà di affrontare i nuovi orizzonti di una creatività svincolata da pretestuosi principi. Un senso di grande potenza emana dalle forme serrate e forti delle sue sculture, la cui flessibile immobilità non esclude le pulsioni della vita accolta nel suo divenire continuo. Giusta l’osservazione critica di Umbro Apollonio (1980) che affermò che Lanaro «non ha praticato le strade dell’informale, si è piuttosto accostato alle ipotesi di quel costruttivismo particolare che potrebbe essere la ‘minimal’ americana, nel senso che la semplificazione ribatte dovunque e scancella ogni e qualsiasi ridondanza della materia».

Le sue sculture in ferro massiccio, basate sull’impiego della barra metallica, elemento preesistente all’azione dell’artista, piegata in modo da assecondare ogni cambiamento direzionale, non sono oggetti concepiti per la contemplazione, figure ornamentali che stupiscano per la bravura di dominare la materia con la sensibilità dell’orafo, rendendo vaghe le caratteristiche che definiscono i confini del genere ‘scultura’. Rispondono a un concetto di scultura come opera che occupa lo spazio e vi si inserisce, caratterizzandolo con la sua presenza, creando effetti di compenetrazione tra forma e spazio. Si affermano attraverso le leggi dell’ordine e del movimento come architetture rese plasticamente, in collegamento con l’ambiente che è un dato della realtà imprescindibile. «Le mie sculture – ha scritto Lanaro – si propongono come rapporto tra l’uomo e l’ambiente, e la loro destinazione è principalmente quella di essere vissuta in misura umana, collocata tra scultura e architettura, propria delle forme libere nello spazio».

La sua opera fabbrile non è né l’espressione del puro rabesco che stupisca per il sofisticato lavoro di cesello né l’immagine di una sensibilità nevrotica che aggredisca i volumi lacerando la materia. E neppure una reazione psicologica alle incalzanti sollecitazioni del mondo esterno. Lo scultore interviene direttamente sulla materia per scoprirne gli intimi segreti, la penetra con la potenza di chi sa di poterne vincere ogni resistenza e segreto. “Scultura pura”, l’ha definita Dino Formaggio (1993), fiera della propria autonomia, libera in sé stessa, che non ha bisogno di richiamare alcun oggetto o forma della natura o di diventare simbolo di qualcosa. L’artista affronta un repertorio vastissimo di immagini offerto dalla possibilità di utilizzare modi espressivi liberati dalle norme convenzionali. Maturata nell’ambito del primario, cioè della riduzione ai minimi termini della forma nel suo rapporto con lo spazio, la sua scultura vive dentro l’esistenza e acquista il significato di una proposta per la costruzione di una nuova realtà sociale e la creazione di un nuovo ambiente urbano rispondente alle esigenze della nuova società contemporanea. Su posizioni legate ai problemi e alle istanze del nostro tempo, Lanaro resta fedele alla modellazione di forme calibrate nel ritmo di pure superfici che si incontrano e si scontrano, annodandosi e districandosi nelle ariose aperture dello spazio.

Così si presenta invece l’artista:

«Il ferro è un materiale che mi è sempre stato familiare fin dall’infanzia, perché mio padre lo lavorava nella sua bottega. Nei miei primi lavori, utilizzando questo prodotto della natura, mi sono dedicato ad imitare e a comporre figure stilizzate che venivano forgiate con interventi di lavorazione a fiamma ossidrica. Ora il mio rapporto con la materia non è più violento o lacerante. Quello era un metodo che mi permetteva di verificare il contenuto che si sprigionava dalle forme, ma ciò che mi interessa adesso è modificare dall’esterno lo spazio, senza nulla togliere o aggiungere, rispettando sempre le caratteristiche peculiari del materiale. La barra metallica è un elemento preesistente, una struttura razionale, l’intervento deviante di controllare irrazionalmente l’imprevisto, la modifica e la rende libera e disponibile a cambiamenti direzionali. La rende anche aperta a una molteplicità di interpretazioni. Si verifica, così, un fatto nuovo. Mi interessa sempre la contrapposizione, il confronto, lo scontro, tra razionalità, cioè naturalezza, e irrazionalità, cioè artificio che rimane sempre un dialogo aperto tra l’uomo e l’ambiente. Nella forma, che viene creata, c’è sempre qualcosa di asimmetrico, che è causato dalla rottura o dallo strappo, manifestazione evidente che la perfezione è uno stato a cui tendere e che l’uomo fatica a raggiungere. L’azione di modellare, per me non è una costrizione o un’imitazione, ma un fatto reale, carico di tensione e di verità. Anche il processo di ossidazione è reale, come la manifestazione della fatica da parte dell’uomo che suda quando lavora. Tra i metalli come il rame, l’ottone, il bronzo, l’acciaio, mi affascina di più il ferro comune o acciaio corten, proprio quello rossastro da recupero, per la sua porosità epidermica e per la sua ricchezza di sfumature rossastre dovute al processo di ossidazione del tempo. Le mie sculture, inoltre, si propongono come rapporto tra l’uomo e l’ambiente e la loro destinazione è principalmente quella di essere vissute a misura umana, collocate tra scultura e architettura, propria delle forme libere nello spazio».

Biografia dell’artista.

Roberto Lanaro è nato a Molvena (Vi) nel 1946, dove tuttora risiede e lavora. Ha iniziato la sua attività di scultore presso l’officina del padre. Dopo la Scuola Professionale d’Arte ha seguito per quattro anni i corsi di scultura all’Accademia di Salisburgo con Francesco Somaini e Walter Bertoni, conseguendo per due volte l’Ehrenpreis. Ha frequentato lo scultore Alberto Viani all’Accademia di Venezia. Nel 1986 inizia un intenso sodalizio con il filosofo Dino Formaggio. Nel 2011 pubblica una monografia edita da Giorgio Mondadori Editore con saggi critici di Umbro Apollonio, Herman Fillitz, Dino Formaggio, Mario Guderzo, Giuliano Menato, Giorgio Segato. Dal 1970 ad oggi partecipa a numerose esposizioni personali e collettive in Italia e all’estero: Firenze, Roma, Venezia, Padova, Vicenza, Gubbio, Milano, Brescia, Verona, Torino, Salisburgo, Vienna, Tokio, Parigi e altre città della Francia.

«La vita del ferro è la vita di un cosmo, un universo con la sua storia, sue leggi, sue sensibili pulsazioni: un universo per accostare il quale conviene amare il fuoco e le sue materie dure, la forza. Non lo si conosce che in grazia di atti creati educati al coraggio» – Gaston Bachelard.

Redazione web

10/05/2019

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