Oncó trippa

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Ed eccoci, il tanto atteso momento che tutti aspettavano è arrivato. Una nuova stella si prepara a brillare lassù in alto, nel cielo blu. Da oggi, la grande varietà di rubriche de “ilBlog” del Corriere Vicentino si arricchisce di una grande novità, che allieterà le giornate degli affezionati followers ogni 15 giorni. In poche righe, riscopriremo passo passo la vita contadina di una volta: cercheremo così di rivivere usanze, tradizioni, proverbi, curiosità e le numerose specialità culinarie della nostra amata terra vicentina, un immenso patrimonio di saperi e conoscenze che sarebbe un peccato dimenticare.

CURIOSITÀ D’ALTRI TEMPI

“Laóri contadini, mas-ci e altre gustose porcherie”

1 – ONCÓ TRIPPA

Ebbene, per iniziare il nostro viaggio non c’è modo migliore che sedersi a tavola, tutti insieme, in una vecchia osteria di paese. Le campane hanno da poco suonato le sette, in questo umido mercoledì d’autunno. Il mercoledì mattina c’è mercato in paese, tanta gente, e il signor Bepi, paròn dell’antica osteria Ai Due Scalini, si affretta ad attaccare fuori dal suo uscio un vecchio cartello che tutti, lì intorno, conoscono benissimo: “”ONCÒ TRIPPA”.

È un quadretto che fino a cinquant’anni fa si poteva ancora ammirare in moltissimi borghi del vicentino, e in pochissimi posti fortunatamente questa tradizione – un bel piatto di trippa fumante, quatro ciàcole in compagnia e un quartìn de vin moro – ancora sopravvive.

Ma che cos’è la trippa? Si dice che del maiale non si butta via niente, ed è proprio vero: la trippa infatti non è altro che lo stomaco del maiale, o del bovino, che dopo una preparazione laboriosa e una cottura molto lenta diventa un piatto particolarmente apprezzato in varie regioni d’Italia. A Brendola, nel 2009, è nata la Confraternita della Trippa alla Vicentina (vedi articolo sul Corriere Vicentino di dicembre 2011), per salvaguardare e promuovere questa specialità della nostra terra.

E questa è la loro ricetta.

“Per la preparazione occorre dapprima lavare molto bene lo stomaco con acqua bollente , raschiandoo con un coltello e togliendo la membrana interna. Durante il lavaggio si utilizza anche un po’ di aceto e dei limoni. Dopo essere state tagliate, le trippe vengono messe in acqua e bollite per circa un’oretta. Una volta scolate, si riducono a listarelle di circa un centimetro e si mettono a cucinare in un tegame dove precedentemente è stato preparato un soffritto formato da poco olio, un po’ di lardo, cipolla bianca, sedano e carote finemente tagliate, oltre ai segreti del cuoco (mix di profumi tra cui rosmarino, salvia, aglio, pepe, alloro, chiodi di garofano e cannella).”

Consiglio della nonna: non c’è niente di meglio della cottura lenta su stufa a legna, nella pentola di terracotta. Inoltre, perché le trippe si ammorbidiscano e possano assorbire gli aromi, c’è chi consiglia di lasciarle riposare una notte per poi terminare la cottura il giorno seguente. Provare per credere! Quando le trippe sono state insaporite, si aggiunge il brodo, e la conserva di pomodoro. Si lascia cuocere a fuoco molto basso per oltre 4 ore, mantenendole sempre morbide con l’aggiunta di brodo. A cottura ultimata si servono in un piatto fondo e si cospargono di abbondante formaggio grattugiato (ottimo l’Asiago Stravecchio).

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