Ballata di uomini e cani, Marco Paolini

Paolini

Quando hai scritto pagine indimenticabili del teatro con spettacoli su Ustica e il Vajont, quando hai ripercorso la storia con il “Sergente nella neve”, quando hai raccontato la tenacia di certi uomini del Nord Est e la bellezza di viaggiare in treno come pochi altri, di strada ne hai fatta.

Così, se decidi di concederti un tributo a chi ha nutrito il tuo immaginario di ragazzo, beh…chi non desidererebbe farlo al tuo posto?

Marco Paolini sale sul palco lasciando da parte i temi sociali e va a ruota libera regalandoci tre storie che non smettono di incrociarsi, dove lui si muove fingendo d’essere Jack London per poi svelare che invece erano gli occhi del cane a parlare.

Il pubblico (lo ama) e lo segue, e a lui forse piace l’essere finalmente sgravato dal bisogno di raccontare, da quella necessità impellente che hanno dentro certi artisti di fare di tutto per aiutare altri ad aprire gli occhi: ed è per quello che scavano e raccontano. Perché devono, non perché vogliono.
Così, rilassato come fosse una sera d’estate in un campeggio estivo, Paolini canta, sorride, gioca col pubblico e fa respirare quell’aria magica di essere altrove. In altri tempi. In altri luoghi. Perché alla fine è sempre il viaggio quello che smuove gli animi e nutre i popoli. E l’immaginario. Certo.

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