Bergonzoni al Teatro Astra

bergonzoni

“Nessi” è forse il titolo più appropriato per definire lo spettacolo di quel genio assoluto che è Alessandro Bergonzoni, un uomo delirante, nell’accezione migliore che il termine rappresenta. E il teatro è in assoluto il luogo può appropriato per rappresentarlo (il nesso, Bergonzoni e il suo genio).

“Connessione” è ciò a cui tende chi fa teatro, che alimenta gli addetti ai lavori e nutre gli spettatori. Cercare legami, ridere, trovare nuovi collegamenti tra persone, parole, sensazioni, idee, pensieri, emozioni. Tutto questo è Bergonzoni, e questo, al meglio, è ciò che rappresenta l’anteprima della stagione degli Astra-Terrestri.

Un inizio col botto per l’Astra: l’artista bolognese è in gran spolvero. I capelli sempre più lunghi (e sempre più bianchi) ma anche una lucida follia e una consapevolezza mai raggiunta prima (cioè folle lo è sempre stato, così lucido, di rado). Non cerca la battuta a tutti i costi, non cerca l’applauso, non si vende al proprio pubblico per meritarsi il cache (e anche questo non l’ha mai fatto, in verità). È semplicemente se stesso, un adulto bambino che viene dallo spazio, capace di un monologo ben oltre la normale resistenza fisica. Senza pause, senza un bicchier d’acqua, nutrendosi della sua anima e del pubblico, in una totale fusione. Provocando in-fusione. Ma non con-fusione. (ok, a lui queste battute riescono meglio).

Parte lento uscendo dal buio, come posseduto, e cresce di continuo risata dopo risata, come un blob: il suo testo gioca sul filo del rasoio, la gente lo conosce, le aspettative sono sempre più alte, lui lo sa. Ma va dritto per la sua strada, girovagando il giusto, spingendosi a parlare di morte, di vita, di rapporti padre figlio, a tratti fondendo il cabaret con pungenti estratti di trattati di psico-analisi. E ti rapisce, sei in suo potere: può far di te ciò che vuole. Potrebbe farti piangere…se solo lo volesse, e invece decide di farti ridere… infilandoti nel petto spunti di riflessione che forse l’inconscio di qualcuno deciderà di rielaborare. O forse no, e va bene uguale.

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