Il concerto di Noa al Teatro Romano

Ci sono serate in cui l’atmosfera si fa intima da subito: un po’ è il Teatro Romano, che aiuta più di altre arene; un po’ è l’evento poco pop, che accomuna i partecipanti; un po’ è quella sensazione di trovarci tra umani simili a noi, che di questi tempi rassicura il giusto.
È un concerto dove le persone parlano a bassa voce, siedono composte, usano poco i telefonini, e ascoltano, soprattutto, senza sentire il bisogno di sentirsi protagoniste. Perché è la gentilezza che serve come non mai a salvare il mondo: la bellezza di cui parlava Dostoevskij, e citata da Noa, potrebbe non bastare.
Il mondo non lo può cambiare nessuno, ma qualche raddrizzata qua e là, forse… E per far questo servono le parole, i suoni, le facce, oltre ai gesti. Serve il senso di responsabilità di chi ha il potere di comunicare con tanti, invece che con pochi: sì, gli artisti possono farlo. Forse hanno il dovere di farlo, oltre al privilegio di poterci provare.
Senza dolcezza, senza la forza della dolcezza ci potranno essere solo altre Gaza nelle vite di tutti noi: altre strisce di separazione, di odio, di violenza e di morte.
Noa ha parlato a noi col cuore in mano e ha cantato per noi la vita, il sorriso, l’amicizia, la forza, e persino la perfezione di Bach. Come ci sia riuscita è difficile da spiegare: sono solo quelle serate in cui è stato bello essere lì. Grazie.

Paolo Tedeschi

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