Musiche di Nicola Piovani

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Nicola Piovani non è Ennio Morricone, e questo grande equivoco capace di confondere per anni il pubblico americano appare palese quando sale sul palco raccontando del suo incontro con Fellini. Il grande regista era spaventato da ciò che più di tutto considerava pericoloso: la musica, quella strana magica alchimia che regala un’emozione che ti strangola.

 

Fellini cercava una melodia per accompagnare il film che stava girando: “L’intervista”. Piovani, trovatosi per caso in una stanza, solo con un pianoforte, s’era messo a suonare un semplice motivetto scritto per una piccola commedia: di queste note incastonate tra loro in modo quasi banale s’era subito innamorato Fellini.

Ne rimase incantato come un topino lo può essere da un flauto magico, e si produsse in una distratta ma pressante lusinga per poterle utilizzare nel suo film. Piovani si oppose quanto poté, provando a spiegare con l’imbarazzo del caso quanto inopportuno e inelegante sarebbe stato utilizzarle nuovamente, convinto che il grande regista meritasse ben più di un doppione ma finendo inevitabilmente per accettare le sue lusinghe.

Questa è la sottile differenza tra i due immensi compositori: Morricone lavorava in simbiosi coi registi intrecciando la colonna sonora da lui creata con la trama, quasi da sovrastare il film con la sua potente superba musica. Piovani era ed è l’immagine della discrezione, perché si pone con umiltà al cospetto del regista e del suo film: lui compone, su richiesta, cercando la musica più adatta ad accompagnare al meglio il film. Ma il suo marchio, pur delicato e semplice, è ormai indelebile, quasi fulminante, e quando scorrendo i titoli alla fine del film si legge musiche di Nicola Piovani si sorride e di pensa: ecco…appunto…mi sembrava.

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