Alentejo: terra del desiderio

SAM_4513

Si pensi ad un tempo sempre presente, un presente obeso che con la sua frenesia ingloba passato e futuro in un unico spazio senza respiro. Si pensi alle ore nevrotiche dei cronometri e dei record, all’ansiogena apnea nella quale si immergono i nostri giorni dove l’equazione tempo=denaro impera categorica come un postulato Kantiano. Si pensi a tutto questo e lo si rovesci con un colpo di mano.

Avrete un’idea dell’Alentejo, regione portoghese del sud, e del suo altro ritmo. L’Alentejo è alberi da sughero, leggere colline fresche di grano, vacche pasciute e grande porzione di cielo sotto agli occhi. È vento, che dalla costa Atlantica si spinge fin dentro la regione, portandosi appresso un branco di nuvole bianche. Ci abita più o meno il dieci per cento della popolazione portoghese, per cui abbondano gli spazi aperti e vasti. È in un pezzettino di questi che Sergio e Rita, due ragazzi portoghesi, hanno deciso di dedicare la loro vita al progetto agricolo Monte Mimo, dopo aver lasciato i rispettivi lavori urbani. Ingegnere lei, pittore lui, si sono insediati in un lembo di terra, coltivandolo secondo la filosofia della permacultura. Niente prodotti chimici, niente interventi intensivi, la mano dell’uomo si adegua alle esigenze e ai ritmi della natura, senza forzarli per moltiplicarne la produzione. Il progetto è nato cinque anni fa e da allora progressi ne sono stati fatti, grazie anche al prezioso aiuto del signor Custodio, padre di Sergio e poeta d’altre epoche; quel che era un campo brullo e malconcio, è adesso un ambiente fertile che ha sgravato, oltre che ortaggi, frutti e olive, anche Lia e Anita, due bellissime bambine.

La terra è un affare duro, i bucolici paesaggi dopo un po’ non incantano più gli occhi e quel che resta sono i fiumi di sudore di una giornata di lavoro sotto il sole del sud. Inutile pensare di avere tutto subito, in un contesto rurale come quello di Monte Mimo: “c’è un tempo per ogni cosa, i peschi non fioriscono a dicembre”, diceva Benigni in un film. L’equazione tempo=denaro si svuota di significato, il denaro perde potere d’acquisto, non soddisfa hic et nunc. Il tempo è semplicemente uguale ad altro tempo, quel che il tempo non porta non lo si compra anzitempo. Si aspetta che fioriscano i peschi. C’è dell’enorme fatica in tutto questo, abituati a come siamo ad avere tutto e subito. Più che in termini di lavoro, in termini di stile di vita. Nelle nostre megalopoli, se ti prende una strana voglia di pizza la sera, chiami e te la portano a casa.

Vuoi del sushi? Sicuro che se cerchi due minuti su internet trovi un servizio d’asporto. Si infrange così la barriera del tempo, sterilizzando l’attesa che diventa soltanto l’oggetto di impedimento al desiderio. Più si attende, meno si gode. L’attesa, per noi, è estranea all’oggetto del desiderio. Quel che la terra insegna, invece, è che l’attesa è interna al desiderio: quel che si vuole si crea, si modella, prende vita già nell’attesa. Il primo pomodoro dell’estate, ancora un po’ timido e verdicchio, ha un sapore ricchissimo dopo un inverno passato a mangiare zuppa di cavolo. Non perché quel pomodoro sia meglio di quello da serra dei nostri ipermercati, ma perché ingloba a sé il rituale dell’attesa che ne prepara la ricezione. La fatica dell’attesa aumenta il desiderio, facendo dell’oggetto non solo uno sterile prodotto di consumo. Capirai, non si è mica scoperta l’acqua calda, lo si sapeva già. A livello teorico è tutto chiaro, ma la fatica la si capisce solo a livello pratico; quello in cui abbiamo, per debolezza o convenzione, fatto del tempo denaro.

 

 

MundusSories-logo

In un viaggio, a movimenti orizzontali (gli spostamenti) corrispondono movimenti verticali (il contatto); fili si intrecciano fino a creare la trama di un vicentino in giro per il mondo.

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *