Buenos Aires e il suo “pensiero triste che si balla”

baires2

«Quanto ci si accorge di essere in Sud America?» mi chiede un’amica: «sembra di essere in Italia, c’è aria europea qui a Buenos Aires». Scorro mentalmente la mappa della città alla ricerca di un quartiere pittoresco, di un qualche dettaglio indigeno, di colori caldi come vuole lo stereotipo latino. Non mi viene in mente niente di tanto esplicito da meritare di essere riferito, rimango paralizzato davanti all’evidenza di un’Europa disegnata sulle sponde dell’Atlantico Sud.


Certo Buenos Aires è un crogiolo di europei – spagnoli e italiani soprattutto – trapiantati qui agli inizi del secolo scorso, la città mangia pasta, pizza e gnocchi, e guarda sempre con ammirazione alle grandi capitali del Vecchio Continente. C’è tanta Parigi nelle raffinate architetture fin-de-siècle e c’è l’Italia nei caffè sempre gremiti delle piazze. E la Buenos Aires argentina dove sta? Non nelle differenze, che pure ovviamente ci sono. O almeno non solo lì. Quelle sono scarti che non giustificano un’intera identità. Sta nelle somiglianze. Che tuttavia slittano, sfumano, e infine si disperdono. Sta nei tantissimi cognomi italiani che la gente dice con troppo orgoglio, come a dire io provengo da altrove. Gli stessi cognomi italiani che hanno ora una consonante in più o in meno, e tradiscono la frettolosa disattenzione dello scrivano che attendeva le fila di immigrati sbarcati dalle navi transatlantiche – Parlatto anziché Parlato, etc. C’è troppa italianità per essere realmente tale, c’è troppa carica emotiva attorno al vecchio continente per essere veramente autentica.

Un esempio sono i ristoranti italiani, che sono moltissimi: sventolano tendaggi tricolore e nomi dialettali nei menu, ma sono in realtà gestiti da argentini a tutto tondo, sebbene con origini italiane. Eccolo il meccanismo della differenza che scatta dalla smania d’uguaglianza. O più che di uguaglianza, di origine. La domanda tipica è “che origini hai?” – tanto che una volta è stata fatta pure a me. Qual è il tuo punto di partenza, a che passato lontano sei legato? Cosa tira le corda della tua identità ora? Buenos Aires è un’Europa ricalcata, ma dall’altra parte del mondo. C’è uno scarto geografico e temporale incolmabile e irreversibile. La città è il Chisciotte di Pierre Menard, riscritto molti anni dopo uguale identico al Chisciotte di Cervantes che eppure, come insegna Borges, non può mai essere lo stesso, poiché la sua parola si è fatta altra dall’originale.

La latinità di Buenos Aires prende vita così, non enfatica come l’esuberanza brasiliana, non esplosiva come l’allegria venezuelana, non autoctona come la discendenza indigena, bensì concentrata nel guardare dritto negli occhi la bella Europa e danzarci su un poco, suonando l’intensa nostalgia di casa. L’Europa guarda altrove, è un gioco di specchi unilaterale. Così la giovane Buenos Aires, da innamorata dimenticata, balla “un pensiero triste” che, molto latinamente, si chiama tango, ed è fatto di tutte le tendenze europee – italiane, spagnole, russe – sommate e intensificate fino a farne una differenza esplicita e identitaria della città.

 

“Il Tango è un pensiero triste che si balla” (Enrique Santos Discépolo)

 

 

MundusSories-logo

In un viaggio, a movimenti orizzontali (gli spostamenti) corrispondono movimenti verticali (il contatto); fili si intrecciano fino a creare la trama di un vicentino in giro per il mondo.

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *