Desaparecidos: un grido contro il silenzio

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Spariti. Scomparsi, eclissati, sfumati. Desaparecidos.

Il 24 Marzo in Argentina è il giorno della memoria. A 39 anni dal golpe militare che ha fatto sparire quasi 30 mila persone senza ancora sapere bene dove, Plaza de Mayo – il cuore di Buenos Aires – grida forte la sua rabbia.

E lo fa, oltre che con l’enorme manifestazione, soprattutto con una mostra fotografica terribilmente empatica. Su cordicelle lasciate in balia del vento autunnale, appese a questi fili spersi nel frastuono rimbombante della piazza gremita, ci sono le madri. Le madri di alcuni dei desaparecidos, immortalate nel commovente e rabbioso momento del grido.

Sotto ogni foto urlante, viene riportata la storia di ogni figlio perso. O meglio, disperso; mai più tornato, mai più riavuto. I ragazzi spariti vengono descritti con verbi al tempo presente nelle loro abitudini, nelle loro passioni, nella loro giornate. Spesso ci sono anche delle lettere, dei biglietti scritti proprio da quelle mani che ora non si sa che terra tocchino. In poche svolazzanti parole, ci sono intere vite – i sorrisi, le litigate, le partite di pallone, i pomeriggi in motorino – appese ai fili dei ricordi che tuttavia ancora non riescono a diventare tali. Sì perché il tempo del desaparecidos è un tempo passato, interrotto nel momento della sparizione, che diventa un presente allucinato, trasfigurato, ingrassato al punto da farsi statico. Un passato che non vuole né può scivolare via, pena la rassegnazione. E una madre non si sa rassegnare. Il ricordo taglia con il presente, ne è la sua antitetica conferma. Qui non c’è nulla da confermare, non c’è una morte da piangere, non c’è un cadavere da consegnare ai cipressi per posarci sopra un qualche fiore commosso. Il funerale, al di là del significato religioso, è il sigillo che conferma l’avvenuta esistenza di un individuo, è una comunità che stringendosi nel dolore accetta e conferma il passaggio ad altre dimensioni. Tre giorni, diceva Freud, sono il tempo necessario per abituarsi alla morte e iniziare a ricordare. Ma in questo caso le memorie sono vive, infilzate nella carne rossa come lame che girano e rigirano la loro punta affilata senza lasciare cicatrizzare la pelle. Le madri rimangono incastrate per l’eternità delle loro vite umane nell’ultimo contatto avuto con i figli. Istanti di piombo che diventano una prigione in cui scontare l’ergastolo delle loro esistenze.

Com’è stato facile sparire. Com’è stato silenzioso. Nessuna morte sconcertante, nessun fatto eclatante. Semplicemente non si è rientrati a casa. Non si è ritornati per la cena servita calda in tavola. «Mio figlio è in ritardo, arriverà a minuti», si è pensato. Poi più nulla: i minuti si sono fatti anni e la cena si è congelata sul piatto.

La rassegnazione si veste di silenzio. Dello stesso silenzio che ha inghiottito un numero spropositato di giovani esistenze in un vortice indifferentemente oscuro. Ecco perché le madri trovano ancora l’immensa forza di urlare forte, con la bocca storta e gli occhi serrati. È un grido levato alto affinché si ossigeni sempre il fuoco della giustizia, e non venga smorzato sotto le ceneri del silenzio e dell’oblio.

 

 


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In un viaggio, a movimenti orizzontali (gli spostamenti) corrispondono movimenti verticali (il contatto); fili si intrecciano fino a creare la trama di un vicentino in giro per il mondo.

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