L’altra sponda: un ponte e mezzo da Lisbona

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I ponti collegano distanze e le automobili sono carri alati senza anime né dei: oggigiorno si arriva dappertutto. Sopra Lisbona si elevano mastodontici i ferri incrociati del ponte “25 de Abril”, pieno stile californiano: accedere all’altra sponda, al cosiddetto “margem sul” (margine sud) – nome generico per intendere tutto quel che sta al di là – è da almeno cinquant’anni affare da poco.

Da pochi minuti almeno. I collegamenti sono frequenti e in macchina la cosa è immediata, non a caso Lisbona accoglie nelle sue giornate lavorative orde di persone che si riversano nella capitale. Ma forse i ponti sono fatti per dividere e differenziarsi, un po’ come le lingue che, diceva qualcuno, sono fatte per non capirsi; un ponte implica una differenza, uno scarto. Un’altra sponda. Anni luce da Lisbona, a pochi chilometri, all’ombra di un monte sgretolato di tufo, scivola una stradina che ci porta su quattro ruote e un po’ a caso ad un villaggio di pescatori. Un pugno di case si distribuiscono attorno a due vie. Una signora cammina scalza e cerca tra i bidoni quel che serve per una cena. Si sperde sul fondo la costa nella caligine, mentre davanti a noi si apre, prima dell’oceano, un mare di sabbia. A piedi nudi e con la schiena piegata, una donna squarta una manta marina per cavarci le interiora. – Lo faccio tutti i giorni, – ci dice. Chissà se le sue mani avranno mai smesso di odorare a pesce. Tre pescatori si passano le reti di mano in mano, riordinandole, e nel movimento ad uno fuoriesce la linea del sedere. Cani annoiati sonnecchiano attorno. E poi gabbiani, gabbiani ovunque. Bestie alate che gridano la fame più verace, sfibrando i pochi pesci lasciati alla deriva dalle reti bucate. Il regno dei gabbiani, la spiaggia è loro, così come il cielo nel quale si confondono milioni di ali: Jonathan Livingstone e i suoi paradisi.

Tutto questo è un mondo sorprendente, silenzioso e desolato – nel rumore incessante dei gabbiani – che prende forma ad un ponte e mezzo da Lisbona, la bella e occupata capitale. Eppure qualcosa non quadra. Troppi bar. Bei bar. Locali ben fatti, non invadenti ma solidi, forniti, moderni. Bei bar, lucenti, arrangiati in buon legno, dai nomi più interessanti (covo del marinaio, eat-surf-sleep, …). Vuoti, ma vivi e giovani. Ci prendiamo un caffè. – D’estate, – ci dice un cameriere – qui si riempie di gente, gente da tutto il mondo, parlano un sacco di lingue … a volte non si riesce nemmeno a parcheggiare. Sanno che Lisbona in macchina è vicinissima, per cui preferiscono rimanere qui, farsi giornate di mare e poi la sera andare di là. Col ponte si fa presto. Mistero risolto. Ci si rassegni, i ponti collegano, le lingue comunicano, e ogni posto si imbottisce di persone come pillole per curarsi dalla solitudine. Una macchina e un ponte e si arriva anche qui, dove sembrerebbe impossibile. Oggigiorno, si sa, si arriva dappertutto. Ma ci sono momenti in cui i ponti dividono, le lingue non comunicano e regnano i gabbiani. Almeno così è in una nuvolosa giornata di fine novembre.

 

 

 

(foto di Andera Mantico)

 

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In un viaggio, a movimenti orizzontali (gli spostamenti) corrispondono movimenti verticali (il contatto); fili si intrecciano fino a creare la trama di un vicentino in giro per il mondo.

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