Per un pezzo di pane

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Sull’onda del sano ad ogni costo (e che costo!), il Kamut si infila negli scaffali più cari, ben in vista, proponendosi come farina alternativa con varie specificità per prodotti da forno. Ma quale tipologia di cereale è precisamente?

Erroneamente si crede che il termine Kamut denoti un certo tipo di cereale, quando esso indica semplicemente un marchio registrato da parte della società americana Kamut International. Cioè si è dato nome e timbro ad un comune tipo di grano, più in dettaglio ad una varietà del grano Khorsan. E il Kamut, quello “originale” o meglio registrato, può essere coltivato solo ed esclusivamente negli Stati Uniti o in Canada, ovvero nei territori della multinazionale. Ma non perché necessiti di particolari latitudini, prova ne è il fatto che il grano Khorasan marchiato da Kamut viene coltivato anche in Italia, dove viene banalmente chiamato grano Saragolla, senza troppo appeal.

Il caro prezzo del Kamut non sta nella qualità eccellente del prodotto, ma nel marchio e, certo, nel viaggio che deve fare per attraversare l’Atlantico. Ma soprattutto nell’ingenuità della clientela. D’altronde lo spiegava anche Pasolini, la società di massa prende un elemento a lei esterno e lo ingloba sotto forma di moda. Del potenziale pericolo del biologico, che poteva mettere in dubbio le basi strutturali e insane di un’agricoltura di massa, ne ha astutamente fatta una tendenza. Fregandoci proprio sul pane, su quel pezzetto di lievito e farina nel quale si è infilata tutta la nostra storia e pure un poco di Dio. Non è un caso che sia il corpus christi, non è un caso che Dio abbia scelto proprio questo alimento per rimanere ben saldo negli spiriti di tutti. Senza il pane, la base dell’alimentazione, non si vive: senza vita, non si resuscita. E tornando alla vita terra-terra, quella in cui si muore e basta, nel nome del pane scoppiano le rivoluzioni.

Ultimo esempio sono quelle arabe, nelle quali la scintilla finale è stato l’aumento del prezzo del prodotto vitale. Beninteso, dietro un’insurrezione popolare c’è sempre un’ondata di fatti e misfatti che si aggrovigliano e spingono alle piazze, ma il popolo sembra resistere sempre fino a quanto non si tocca il pane: dopodiché, insorge, quasi che l’ultimo baluardo della pazienza si sgretoli di fronte all’inacessibilità dell’alimentazione basica. Un fattore fondamentale che determinò la rivoluzione francese fu l’enorme aumento del prezzo del pane dovuto alla disastrosa raccolta del 1788. Quando le fu detto che il popolo non ne aveva più, Maria Antonietta ingenuamente rispose che, in assenza di quello, la gente avrebbe potuto mangiare delle brioches: quell’innocente sparata la sovrana la pagò cara, eccome. Nei cahiers de doléances nei quali Robespierre e compagni raccoglievano le lamentele della popolazione, quasi sempre veniva richiesto un tetto maximum sul prezzo del pane che continuava ad oscillare. Ed infatti, a riprova dell’importanza della faccenda, quando Robespierre venne portato alla ghigliottina, un po’ di anni dopo, la gente lo insultava gridandogli “fottuto Maxim”, giocando con il nome del condannato (Maximilien) e la sua promessa di un maximum sul pane.

Insomma il pane c’era sempre, tanto nella storia che conta tanto nella storia traversa. E in realtà oggi, al di là della crisi e dell’aumento dei prezzi in generale, nelle nostre tavole il pane non manca. Nessuno si sognerebbe di prendere in mano un forcone e sfilare per le strade protestando per lo scherzetto del Kamut (biopirateria è il termine usato dai tecnici del settore). Eppure c’è da pensare. Si tratta di etichettare un prodotto che ci offre la terra come a dire “questo l’ho inventato io” e farlo pagare il triplo rispetto al prezzo reale del lavoro, perché si è stati i primi a marchiarlo. Questo giochino stava per essere fatto anche con il nome Basmati per il riso, se non fossero intervenuti dei comitati indiani, dei quali faceva parte anche Vandana Shiva, a bloccare il tutto. Nella società degli idoli e delle icone qual è la nostra, l’immagine e il logo contano ancora di più del prodotto stesso. Ci si sente sicuri e protetti dietro un marchio che garantisce, che cosa però nemmeno lo si sa. Certo non è per il Kamut che conviene tagliar teste, alla fine maximum o no qualcosa in bocca finisce.
Ma per un paio di brioches Maria Antonietta ci ha perso la testa. Ora non si sa nemmeno più a chi tagliarla.

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