Freelance, la grande fuga dall’Inps. Ora diventano «finti» commercianti

MIL06F4_3138445F1_22893_20130104172605_HE10_20130105-kwVE-U430503790565027lF-1224x916@Corriere-Web-Sezioni-593x443

Il paradosso è ben sintetizzato da una recente nota di Acta, l’associazione dei consulenti del terziario, la più attiva nella rappresentanza delle partite Iva: «Da freelance ci trasformiamo in commercianti della conoscenza.

O in artigiani della conoscenza». Il gioco (fiscale) è presto fatto e testimonia come il governo stia sottovalutando il tema del previsto aumento dell’aliquota contributiva alla gestione separata Inps – il contenitore entro il quale confluiscono i versamenti delle partite Iva non iscritte ad un ordine professionale – che in quattro anni decollerà al 33% dall’attuale 27% (a cui aggiungere lo 0,72% degli oneri assistenziali).
Meglio chiudere la partita Iva
Diventa perciò conveniente chiudere la partita Iva, perché l’aumento di un punto percentuale dei versamenti all’Inps previsto dal prossimo primo gennaio comporta un aggravio che può arrivare addirittura a 810 euro all’anno per chi ha un imponibile di 70mila euro. Accantonamenti che sanno di salasso e che sono alti anche per chi ha un reddito più basso (le stime di Acta rilevano che la spesa è di circa 310 euro per chi dichiara 20mila euro, 460 euro per chi tocca quota 40mila euro, 580 euro per chi si attesta a 50mila). Così l’escamotage non può che essere quello di aprire una (finta) attività commerciale individuale, perché i versamenti dei commercianti confluiscono nell’omonima cassa che presenta un’aliquota previdenziale più bassa (il 23%) rispetto a quella della Gestione Separata Inps che ha un attivo di otto miliardi di euro. Peccato. Perché proprio il governo Renzi qualche settimana fa ha lanciato un vasto programma di misure incentivanti nei confronti del cosiddetto popolo delle partite Iva. Nelle slide del premier comparivano risorse per 800 milioni di euro. Una (presunta) manna per il ceto autonomo, anche professionale, ad alto valore aggiunto per competenze, produttività, titolo di studio.
Il nuovo regime dei minimi
Gli atti però vanno nella direzione opposta. Da un lato l’ipotesi di maggiori accantonamenti contributivi che Acta (e Confprofessioni) stanno cercando di evitare e per questo sono stati appena ricevuti in Commissione Bilancio al Senato. Dall’altro una rivisitazione del regime dei minimi, che finisce per penalizzare coloro i quali hanno un imponibile molto basso (prima, se under 35, soggetti all’aliquota minima del 5%, ora schizzata al 15%). L’esito è un inasprimento fiscale/previdenziale senza precedenti che in linea teorica dovrebbe produrre un maggior gettito erariale per 60 milioni di euro, ma che sul piano pratico rischia di tradursi in una fuga generalizzata dalla Gestione Separata Inps e in un maggiore ricorso al “nero”. Ecco perché qualche giorno fa per la prima volta i freelance hanno dato vita a una sorta di mobilitazione collettiva incrociando le braccia nei coworking di Roma, Milano, Torino e Palermo, i loro luoghi di produzione creativa. Non hanno avuto l’eco mediatica che si attendevano, tutti girati a guardare lo sciopero generale indetto da Cgil e Uil. Nell’attesa fuggono dall’Inps. Dallo Stato. Giovani professionisti.

 

Corriere della Sera

Redazione web: 14-12-2015

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *