Morto il Romanceiro, se ne fa un altro

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I racconti dei nonni, così come i nonni, stanno scomparendo. Le tradizioni sono più che altro dei ricordi che non delle vere e proprie linee orientative. Il mondo occidentale, pervaso dall’impressionante quantità di narrative quotidiane dei nuovi media – film, videogiochi, web, etc. –, sembra non aver più bisogno delle antiche storie tradizionali. In Portogallo – ma in tutta la penisola iberica in generale – uno degli elementi più caratteristici della tradizione orale è il Romanceiro, genere che sta inevitabilmente cadendo in disuso.

 

Il Romanceiro è un canto-racconto in versi (ottosillabi con rima assonante) che, nato dall’epica cavalleresca, ha una vita di quasi mille anni. Parla di eventi epici, storici, classici ma li riconfigura sempre al quotidiano: gli eroi vengono demistificati e non sono ammessi verticalismi di classe. Si racconta per il piacere di raccontare, senza fini moralistici né etici e tutto si rimette alla forza dell’azione.

Ritmo incalzante, linguaggio essenziale, il Romanceiro è la voce del popolo che prende forma in versi dall’enorme potere narrativo. In tempi oramai lontani, accompagnava l’uomo in ogni momento del giorno, dal momento lento del lavoro a quello del riposo, scandendone il ritmo. Era il patrimonio comune ereditato dal passato che ogni comunità aggiustava inserendoci i propri tratti peculiari. Nessun canto aveva forma fissa: si manteneva sempre il nucleo degli eventi attorno al quale far ruotare tutte le varianti proposte.

La memoria, si sa, non è infallibile, ma tramite questo meccanismo – conservazione del nucleo, ricreazione delle varianti – è riuscita a portare fino ai nostri giorni questo enorme bagaglio culturale iberico. Attraverso le storie del Romanceiro, la gente raccontava e si riuniva, si teneva assieme. Oggi nessuno sembra più aver bisogno dei suoi versi. Eppure forse non è morto. Si è solo trasformato.

Come si racconta oggi, come ci si tiene uniti? L’uomo è un animale sociale, diceva Aristotele. Oggi diremmo social. E si riunisce attraverso i social network. Facebook, ad esempio, cos’è se non un’enorme narrativa che racconta per il piacere di raccontare, riconfigurando tutto al quotidiano, al momentaneo? Nel nostro wall troviamo foto delle vacanze tanto quanto articoli impegnati, senza nessun ordine gerarchico. Inoltre, Facebook è un’opera estremamente mobile, direi istantanea, che vive nelle sue milioni di varianti. Certo, c’è il rischio che Facebook diventi un grande specchio in cui rifletterci, senza effettivamente connetterci né tenerci assieme. Il Romanceiro esprimeva chi non poteva esprimersi, in un certo qual modo lo rappresentava, assimilando nei suoi versi ogni suo cantore. Facebook esprime tutti indifferentemente, senza che l’io dell’utente venga assimilato dai suoi algoritmi. Ogni io esiste integro nei database della rete, e si scanna con gli altri io per uscirne più forte e visibile.

La visibilità, scriveva Calvino, è un valore del nuovo millennio. Visibilità ad ogni costo, al punto da mostrarsi senza veli e, direbbe Belpoliti, Senza Vergogna. Ma l’occidente si batte per i diritti dell’individuo fin dalle sue origini. Conosci te stesso, diceva Socrate. “Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti”, troviamo nel primo articolo della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo: ogni individuo ha diritto di esistere ed esprimersi.

Il rischio – concreto e tangibile – di essere narcisisti attraverso i social network (e non solo) è un’enorme conquista umana.

 

(foto di Martina Morini)

 

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In un viaggio, a movimenti orizzontali (gli spostamenti) corrispondono movimenti verticali (il contatto); fili si intrecciano fino a creare la trama di un vicentino in giro per il mondo.

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