Tag Archives: daniele franco

Grecia e Argentina: una differenza sostanziale

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Se due indizi fanno una prova, c’è chi vede nell’attualissima crisi della Grecia svariati sintomi che la ricollegano direttamente alla crisi vissuta dall’Argentina nel 2001. Molti sono gli articoli dei maggiori quotidiani argentini che rivedono nella situazione greca i fantasmi di quando è stato provato qui sulla loro pelle.

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Desaparecidos: un grido contro il silenzio

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Spariti. Scomparsi, eclissati, sfumati. Desaparecidos.

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Una vita in Paranà

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Panta rei. Tutto scorre, direbbe Eraclito. Non si entra due volte nello stesso fiume, il tempo scivola via come le acque della corrente. C’è da specificare però di che corrente e di quale fiume si tratta.

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Buenos Aires: impressioni d’arrivo

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Tramonto. In quest’ora permissiva, la città respira; la luce impietosa del giorno, calda da estenuare, ci lascia in pace per un po’. Si allungano le ombre dietro le tante case, si moltiplicano i chiaroscuro in un caleidoscopio di colori e nei bar la gente inizia la serata.

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Alentejo: terra del desiderio

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Si pensi ad un tempo sempre presente, un presente obeso che con la sua frenesia ingloba passato e futuro in un unico spazio senza respiro. Si pensi alle ore nevrotiche dei cronometri e dei record, all’ansiogena apnea nella quale si immergono i nostri giorni dove l’equazione tempo=denaro impera categorica come un postulato Kantiano. Si pensi a tutto questo e lo si rovesci con un colpo di mano.

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L’addio ai tempi dei social network

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Viaggiare implica l’addio. La partenza presuppone un distacco, il distacco è sempre una specie di trauma che, una volta superato, permette di salvaguardare il vissuto nel fertile terreno dei ricordi, parte attiva – consciamente o inconsciamente – della personalità di un individuo.

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Questioni di forma

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Una professoressa mi spiega che nell’università dove insegna – una nota università privata portoghese – i professori sono talmente impegnati con burocrazia, meeting scolastici, eventi accademici, che non resta loro il tempo materiale per preparare adeguatamente le lezioni. Quel che conta non è l’insegnamento, ma la forma: tutto in apparenza deve funzionare bene e dev’essere curato, a partire dal giardinetto esterno. Sarà perché è un’università privata, mi dico. Lì sicuramente la forma vale più del contenuto.

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Évora: le mura dei morti

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Nós ossos que aqui estamos pelos vossos esperamos (Noi ossa che qui stiamo, le vostre aspettiamo). La sentenza incisa sul cornicione d’ingresso della Capela dos Ossos, uno dei monumento più conosciuti ed apprezzati di Évora, nell’Alentejo portoghese, apostrofa severa ogni ingenuo visitante. Suona un po’ come il nostro “Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate”, con la differenza che in un poema allegorico non si entra in carne e ossa. Qui ci si entra eccome, soprattutto in ossa.

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L’altra sponda: un ponte e mezzo da Lisbona

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I ponti collegano distanze e le automobili sono carri alati senza anime né dei: oggigiorno si arriva dappertutto. Sopra Lisbona si elevano mastodontici i ferri incrociati del ponte “25 de Abril”, pieno stile californiano: accedere all’altra sponda, al cosiddetto “margem sul” (margine sud) – nome generico per intendere tutto quel che sta al di là – è da almeno cinquant’anni affare da poco.

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La terra trema: ritorno al mare

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Durante il festival internazionale di cinema Doc Lisboa di alcune settimane fa, un posto speciale nel programma è stato riservato al film La terra trema di Luchino Visconti. Il film, ispirato al romanzo I Malavoglia di Verga, mostra le durissime condizioni e la miseria alla quale sono ridotti i pescatori del paesino di Aci Trezza. Proiettato nel centralissimo e suggestivo Cinema São Jorge, ha visto una buona quantità di pubblico riempire la bella sala Manoel de Oliveira (intestata al grande regista portoghese) per vedersi due ore e quaranta di immagini in bianco e nero dalle quali uscivano parole siciliane strette e incomprensibili, fissate e tradotte alla bell’e meglio in sottotitoli portoghesi. Il neorealismo italiano, si capisce, è un classico, ma è venuto da chiedersi: che ci fa l’Aci Trezza di un secolo fa nella Lisbona cosmopolita e frenetica del XXI secolo? In un festival di tale importanza, qual è il filo?

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