Afterhours – Schio

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Gli Afterhours a teatro sono concerto di altra epoca, altri luoghi: e Schio è perfetta perché lontana dalle locations glamour, come Manuel Agnelli e la voglia di suonare della sua band.


Il concerto inizia in ritardo di mezz’ora (come negli anni novanta), e come in quegli anni la band suona finché sente l’energia del pubblico.

È musica che ascolti, che ti scalda un po’ alla volta, e un po’ alla volta ti prende e ti stringe l’intestino; non è un evento,  dove vai per incontrare i tuoi simili e per postare le foto su FB, ma un concerto che hai atteso e voluto. Sei lì perché ti piace quel gruppo. Stop.

Dal palco niente ammiccamenti, solo gran voce e prestazioni da signori musicisti, con un tocco di violino che ci sta proprio bene. È una sensazione strana, come essere a una riunione di credenti in attesa del sermone: ma l’atmosfera laica viene fuori in tutta la sua forza quando Agnelli scompare dal palco e scende tra il pubblico con la chitarra in mano. Lancia gli accordi di “Non c’è niente che sia per sempre” e ascolta i fedeli senza mai interromperli, senza mai doverli incalzare. Per qualche istante il tempo si ferma, come quando ai concerti di Vasco parte È nell’aria ancora il tuo profumo – dolce caldo morbido… e sai che dopo c’è Albachiara – e tutti a casa – …invece lui lascia finire la canzone fino all’ultimo con in faccia l’espressione stampata che dice: questi qui cantano proprio bene. E quando pensi che il concerto sia finito e che al massimo ti aspettino i soliti bis di rito… lui torna sul palco e ci sta un’altra ora e mezza. Che in totale fanno quasi tre. Poi niente bis. Un ciao, tanti grazie (veri, lo si vede dagli occhi) e le luci del teatro che si accendono. Bisogna aggiungere
altro?

 

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