Ben Harper al Gran Teatro Geox

Ben Harper è bravo. È davvero bravo. Non ha solo una band pazzesca, lui è pazzesco. Ha una voce che migliora l’acustica del teatro Geox e con la chitarra in mano è di un altro pianeta, lontano, dove sono tutti molto in gamba e lui di più. Quando la suona – in piedi – ci sono un paio di attacchi che se ti bendano capisci già che è lui, come con Mark Knopfler, Carlo Santana e pochi altri. Quando invece suona la chitarra sdraiata, accarezzandola come fosse un gatto, si vola diretti nel pianeta lontanissimo e si guarda tutti dall’alto in basso: ehi, amici, ciao ciaooo.  

Ciò che rende un suo concerto un’esperienza da fare (e da rifare), è che si tratta di un’emozione totalizzante: ti fai la coda in tangenziale, poi per entrare, sudi in mezzo alla gente dove qualcuno è festaiolo e qualcuno pensa di essere alla Scala ( e rompe le palle a quelli che cantano o ballano).

Salti come con Bruce Springsteen e ti cali in atmosfera Country stile tutti in torno al fuoco che schioppetta, ballando poi a ritmo folk con i pick up in sottofondo. Poi scendi giù nel Mississipi per una sana dose di blues & soul e ti scorre nelle vene il black power. Ti avvicini al cielo con una piccola dose di gospel, o al diavolo, a ritmo roccheggiate più o meno alternativo. Tutto questo respirando un’aria viva e frizzante tipo Jam Band, in session improvvisata vita natural durante. E lì, in mezzo a questo infinito viaggio musicale, si riconosce il suo suono, il suo tocco, il suo timbro di voce come un qualcosa di prezioso e unico. Può bastare? 

Paolo Tedeschi

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