Buenos Aires: impressioni d’arrivo

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Tramonto. In quest’ora permissiva, la città respira; la luce impietosa del giorno, calda da estenuare, ci lascia in pace per un po’. Si allungano le ombre dietro le tante case, si moltiplicano i chiaroscuro in un caleidoscopio di colori e nei bar la gente inizia la serata.

Buenos Aires. Il nome devono averglielo dato verso sera, al tramonto. Di giorno, di buone arie ce ne sono poche, resta una città infuocata di sole e d’asfalto che ti divora. L’atmosfera è pesante: il catrame trasuda afa da tutte le strade in cui un’indistinta marea di automobili scorrazza all’impazzata. Un francese ha smesso di fumare, a Buenos Aires. Dice l’aria è tanto densa da fare per mille sigarette. Ma la gente non ci fa caso. Una fiumara di persona si riversa ad ogni ora per le vie del centro, sempre strapiene. La città è un vortice che risucchia qualsiasi cosa gli graviti attorno, un buco nero che scompone tutto e tutti in particelle invisibili parte di un sistema immenso. A vederla dalla mappa, sembrerebbe piuttosto lineare: strade che corrono in orizzontale e in verticale per chilometri e chilometri, incrociandosi nelle famose “cuadras”. Ma in ogni “cuadra” vive l’enfatico spirito del sud del mondo, fatto di caos scintillante. La città è una bomba energetica, un’esplosione di vitalità aumentata dal devastante calore estivo. Arrivare qui è come atterrare senza carrello, l’impatto è fortissimo. A Buenos Aires non si atterra. Ci si cade dentro. Un tuffo nella maestosità dei palazzi del centro, negli infiniti bar del quartiere di Palermo, nelle casette colorate della Boca. Il tutto tenuto unito da un tessuto urbano eterogeneo al massimo; basta aprire l’elenco del telefono per capire di cosa sia composta la popolazione. E c’è tantissimo Veneto. Incontro un ragazzo che mi dice che sua madre è di Treviso. Mi faccio accompagnare da un tassista che è di origini vicentine, suo nonno immigrò ad inizio Novecento. La signora del negozio di alimentari di cognome fa Randonin. Uno pensa di essere dall’altra parte del mondo…

Un vecchio per strada mi dice che Buenos Aires è come un organo umano: di giorno si contrae, di notte si dilata. Il solito matto, penso. Inizio a capirlo ora, mentre la sera avanza letale portandosi appresso un mantello di luci artificiali. Si cambia musica: il ritmo esasperato delle ore calde si piega ora ad un’aria più delicata, rinfrescante, carica di intensità. Il passo delle persone si fa armonico, meno cadenzato, le gambe si allungano nelle direzione dei locali notturni.

Di sicuro dev’essere stato di sera – in una sera come queste – che è nato il tango argentino.

 

 

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In un viaggio, a movimenti orizzontali (gli spostamenti) corrispondono movimenti verticali (il contatto); fili si intrecciano fino a creare la trama di un vicentino in giro per il mondo.

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