Évora: le mura dei morti

foto Marilia

Nós ossos que aqui estamos pelos vossos esperamos (Noi ossa che qui stiamo, le vostre aspettiamo). La sentenza incisa sul cornicione d’ingresso della Capela dos Ossos, uno dei monumento più conosciuti ed apprezzati di Évora, nell’Alentejo portoghese, apostrofa severa ogni ingenuo visitante. Suona un po’ come il nostro “Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate”, con la differenza che in un poema allegorico non si entra in carne e ossa. Qui ci si entra eccome, soprattutto in ossa.

In questa piccola cappella interna della Chiesa di San Francesco, l’uomo ha cercato di fare la cosa più difficile di tutte: dare un’immagine alla morte, che è “la più vuota delle immagini” come spiega Pigafetta fin dal titolo di un suo saggio. Che forma ha la morte? In questo caso, quella delle cinquemila ossa umane con le quali questa cappella è stata “decorata”, fissate alle pareti con un certo rigore e ben macabra geometria. L’effetto è vertiginoso. Sopra ad una linea di piastrelle (azulejos) tipicamente portoghesi e di fronte al cristo crocefisso nel suo baldacchino barocco e dorato, scorrono metri e metri di ossa umane, fitte come conchiglie sugli scogli. Due scheletri a figura intera pendono dal lato destro della sala, rispettivamente – dice la leggenda – di padre e figlio, morti senza degna sepoltura a causa della maledizione lanciata loro dalla sposa e madre, vittima delle loro violenze. In un altro punto, i resti umani sono stati organizzati in maniera tale da raffigurare l’angelo della morte, che speriamo il muro tenga ben legato, o almeno è questo quel che pensa il povero turista odierno catapultato con la sua macchina fotografica nell’angustiante elogio dell’efferatezza umana. E per di più ha pagato il biglietto. Come ha fatto la morte ad assumere quest’aspetto quasi tribale di venerazione, qual è – direbbe Deleuze – il bisogno che sta necessariamente dietro un atto di creazione tanto estremo?

La cappella risale al XVI secolo, ideata da un monaco francescano. Siamo nell’epoca della controriforma e il mondo cattolico, dopo essere stato stravolto dall’ondata delle rivoluzioni religiose (vedi Lutero), cerca di rimettere ordine. Il mondo è un fermento di correnti e nuove interpretazioni, per cui, all’interno delle comunità cattoliche, si condivide l’idea che si debba operare per calmare tali ingiustificabili bollori (e in questo la Santa Inquisizione, specialmente nella penisola iberica del tempo, si adopera parecchio, ma in maniera meno didascalica e più effettiva, ossia bruciando e torturando a cicli di domeniche alterne qualsiasi persona anche solo lontanamente sospetta di eresia). Niente di più ordinato della morte, deve aver pensato il nostro francescano, cha ha fatto arrivare ossa in quantità dai cimiteri di Évora e limitrofi, facendo dello spazio, oltre che un luogo impressionante di meditazione in cui le “cose del mondo” non distolgono lo sguardo dalla fine umana, un punto rilevante d’interesse culturale tutelato persino dall’Unesco (“cose del mondo”).

È così che la morte, con questa immagine, si è guadagnata vita eterna e noi invece, di fronte alla grandezza del tempo, per lo più non siamo che ossa, poiché la carne non dura che una vita. Meglio far presto allora, che fuori è una bella giornata.
(foto di Twist Medeiros)

 

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In un viaggio, a movimenti orizzontali (gli spostamenti) corrispondono movimenti verticali (il contatto); fili si intrecciano fino a creare la trama di un vicentino in giro per il mondo.

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