Foreverland: l’intervista al regista – prima parte

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Come abbiamo già anticipato nei giorni scorsi, sabato 22 febbraio, all’Auditorium di Chiampo, verrà proiettato il film “Foreverland”. Pubblichiamo la prima parte dell’intervista al regsta Maxwell McGuire.

L’intervista completa si può leggere qui. Oggi pubblichiamo la prima parte, domani la seconda.

“Foreverland” è la storia di un malato di fibrosi cistica realizzata da un regista canadese che di fibrosi cistica è affetto. Il cast conta attori di fama internazionale e il potere della settima arte potrebbe portare la conoscenza della malattia dove non è mai giunta prima.

Maxwell McGuire è il giovane regista del film, malato di fibrosi cistica. Ecco l’intervista.

Essere talmente concentrato sul dover morire da dimenticare di vivere è quello che capita a Will, il protagonista di Foreverland: cosa porta a dimenticare di vivere e cosa aiuta a farlo a pieno?

«Non passa giorno in cui Will non pensi di dover morire. Ha paura di vivere, paura di amare e si rifiuta anche di sperare. Dimentica che ha a disposizione l’oggi, questo istante, e che il domani non è promesso a nessuno. Dunque direi che è proprio la paura a fare dimenticare di vivere a pieno».

Cosa fai tu, Maxwell, per tenere a bada la paura?

«Quando Hannah dice a Will: “duri 30 o 300 anni, ognuno pensa che la vita sia troppo breve”, gli ricorda che non è poi così diverso dagli altri come crede. È facile dimenticare che potrebbe non venire domani e spesso ci s’impiega tutta la vita a capire quali siano le cose che contano davvero. Da parte mia cerco d’imparare da ogni singolo giorno; faccio tesoro del tempo insieme alle persone che amo e non lascio che i momenti più duri della vita m’impediscano di godere di quelli più belli, che sono la più parte».

Non ti stanchi di ripetere che Will non è te e la storia non è autobiografica, ma anche tu hai la FC e la sceneggiatura è piena di cose che devi avere sperimentato. Maxwell com’è?

«Io e Will abbiamo senz’altro parecchie cose in comune, a partire dall’immaturità dei ventenni. La prima volta che ho incontrato il protagonista Max Thieriot, mi ha chiesto: “sei tu Will?”. Ci ho pensato su e gli ho risposto di no, anche se ho fatto esperienza della maggior parte delle cose che succedono nel film. Gli ho detto che avrebbe potuto farmi tutte le domande che voleva e prendermi come riferimento (spesso lo ha fatto), ma ha creato il suo personaggio senza dovermi copiare e credo gli sia riuscito magnificamente. Adesso mi piace rispondere che sono Will così come esce da Foreverland: amo sentirmi impegnato, fare nuove esperienze, incontrare persone nuove e, se anch’io ho i miei alti e bassi, non passo certo il tempo pensando di dover morire».

Ricordi il momento in cui hai capito che la FC non si poteva guarire?

«Effettivamente ricordo il momento preciso. Avevo 13, 14 anni. Fu durante la lezione d’inglese. La mia insegnante, per fare conoscere ai miei compagni la fibrosi cistica, pensò fosse una buona idea farci studiare un articolo a riguardo. Lo lessi io a voce alta in classe. Quando arrivai al passaggio che diceva: “l’aspettativa media di vita è di 33 anni”, la gravità della malattia penetrò dentro di me. Sapevo di non essere esattamente come gli altri: dopo tutto dovevo prendere le medicine a ogni pasto, abbandonare le lezioni ogni giorno per andare a fare la fisioterapia, ero sempre dentro e fuori dagli ospedali, ma non avevo mai saputo che la mia malattia non si potesse guarire. Andai a casa e mi sfogai con i miei genitori, che mi assicurarono sarei vissuto fino a cent’anni. Ora ne ho quasi 31 e sto abbastanza bene. Sono fortunato: sembra che vivrò ben più a lungo di quanto gli esperti avevano previsto quand’ero bambino».

 

 

 

 

 

 

 

 

Redazione web 19-02-2014

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