Foreverland: l’intervista al regista – seconda parte

 photo 1_zps1603f224.jpg

Come abbiamo già anticipato nei giorni scorsi, sabato 22 febbraio, all’Auditorium di Chiampo, verrà proiettato il film “Foreverland”. Pubblichiamo oggi la seconda parte dell’intervista al regista Maxwell McGuire.

L’intervista completa si può leggere qui.

Ecco la seconda parte dell’intervista al regista Maxwell McGuire.

 

La FC richiede cure quotidiane pesanti. Quanto sei riuscito a prenderti cura di te durante la lavorazione del film?

«Alla vigilia dell’inizio delle riprese, sapendo bene che sul set ci sono tempi stretti, ho raddoppiato le cure (aerosol, ginnastica, fisioterapia), le attenzioni rispetto la dieta, le ore dedicate al sonno. Durante le riprese ho sempre preso i farmaci e fatto l’aerosol; ho invece dedicato meno tempo alla fisioterapia perché mi pareva più importante riuscire a riposare. Prima di girare stavo bene, dopo aver girato mi sono ammalato ma, grazie al doppio sforzo anticipato, sono riuscito a mantenermi in salute durante le riprese e a riprendermi completamente in seguito, evitando il ricovero in ospedale. A dirla tutta però, sarei stato disposto a morire pur di riuscirci!».

Durante il viaggio Will impara che cercando una cosa se ne può trovare anche un’altra: l’amore per esempio. Hannah, però, conosce bene la malattia. Credi sia più difficile che una persona sana, non coinvolta nel problema, possa avere una relazione con una malata?

«Effettivamente può risultare difficile, per qualcuno che non abbia mai dovuto confrontarsi con problemi di salute, stare con un malato di FC. I problemi fisici e psicologici generati dalla malattia non sono sempre facili da comprendere. Personalmente non ho mai avuto problemi a riguardo. Trovo che essere aperti e onesti con i propri compagni, coinvolgendoli nelle cure, dia loro la possibilità di sentire di poter fare la differenza sulla nostra salute. Una volta che si sentono coinvolti la relazione stessa si rafforza. Qualche volta ti fa prendere più cura di te stesso per godere del tempo insieme. Come aspettarsi che qualcuno ti voglia bene e si prenda cura di te se non lo fai tu per primo? Nella mia vita sono stato super fortunato con le ragazze: tutte hanno fatto del loro meglio, a loro modo, per aiutarmi a mantenermi in salute».

Nei festival in cui è stato presentato, Foreverland ha sempre fatto il tutto esaurito. Quali sono state le reazioni del pubblico?

«Finora ha risposto molto positivamente, sia quello che conosceva la malattia sia quello che non la conosceva. Ho ricevuto numerosi messaggi da pazienti incerti se venirlo a vedere o meno: erano terrorizzati da come la FC poteva essere stata presentata. Alla fine gli è piaciuto perché mi hanno detto di essersi riconosciuti in Will sotto alcuni aspetti. I nostri account Facebook e Twitter sono pieni di messaggi di supporto provenienti dalla comunità CF mondiale che mi ringrazia per aver raccontato la “nostra” storia. In molti mi hanno avvicinato per dirmi di avere imparato parecchio e per chiedere come si poteva aiutare facendo donazioni. È un grande privilegio partecipare a un festival cinematografico e ritrovarti così vicino al pubblico da poterlo sentire ridere e piangere e percepire di averlo toccato emozionalmente».

Cosa è significato per te girare il film e cosa ti piacerebbe trasmettesse agli altri?

«Girare Foreverland è stato realizzare un sogno. Fare film è in generale un privilegio per pochi; potere anche raccontare la “tua” storia è qualcosa di straordinario. Per me è stato il coronamento di dieci anni di formazione, sei di lavorazione sul progetto e di una vita di lezioni apprese vivendo con la malattia. Lo sceneggiatore Shawn Riopelle ed io non abbiamo preso la responsabilità alla leggera. Volevamo raccontare una storia che trasmettesse un messaggio universale di vita e di speranza, perché non è mai troppo tardi per iniziare a prendere dei rischi. “Vivi quando puoi” è quello che diciamo: un messaggio tanto antico quanto facile da dimenticare».

 

La trama

WILL ON THE ROAD Will ha vent’anni ma la sua vita è bloccata, ferma, sospesa perché lui è malato di fibrosi cistica. La sua idea fissa è di non avere molto tempo, pensa al suo funerale, ordina una bara comoda, finché un giorno tutto cambia: le ultime volontà del suo amico Bobby, che se n’è andato a causa della sua stessa malattia, pretendono che lui abbandoni la sua triste routine e parta per il Messico con una duplice missione: quella esplicita di spargere le ceneri di Bobby al Santuario del Sol; quella non detta ma ben più importante di ricominciare a vivere. Will partirà dunque da Vancouver per un viaggio dentro se stesso e lungo la costa del Pacifico in compagnia di Hannah, la sorella di Bobby, con la quale condividerà l’avventura che lo porterà a mettere da parte la paura per iniziare a sognare, rischiare e amare, insomma a vivere.

 

 

 

 

 

 

Redazione web 20-02-2014

Invia la risposta

Lascia il tuo commento
Scrivi il tuo nome qui