In concerto Garfunkel senza Simon, solo Art

Garfunkel

Non si è abituati a sentire la parola Garfunkel da sola, perché Art è legato in modo indissolubile a Paul Simon.

Così è strano essere a un suo concerto, perché la sensazione è quella di affrontare un’esperienza a metà, quasi mozzata.

Garfunkel si presenta sul palco solenne, da grande star, e chiede severo e perentorio il silenzio, ma soprattutto di non usare gli smartphone. L’impatto con lui, a essere sinceri, non è dei migliori: sembra un anziano signore che non sopporta le distrazioni, che vuole essere al centro dell’attenzione e che sente il disagio dell’assenza. Un signore all’antica indurito dalla vita, di quelli che non usano il computer, che non scordano il passato e che continuano a pensare con ossessione a una sola cosa: perché quell’idiota del mio amico Paul mi ha lasciato al massimo della gloria?

Forse Art percepisce la diffidenza che c’è nell’aria, forse sente il peso (doppio) della prestazione e sa di dovercela fare da solo a riconquistarsi il suo pubblico: spesso, quando sei abituato ad essere in due, da soli è solo più difficile.

Ma è un uomo tosto, il vecchio Art. La voce all’inizio acuta e flebile piano piano si scalda, e quando sente che è arrivato il momento giusto parte quel giro di chitarra che da più di 50 anni, a ogni latitudine del mondo significa “The sound of Silence”. I brividi scendono lungo la schiena, i cuori si allargano, il pubblico lascia partire ululati di gioia. E alla fine sono grandi applausi.

 

 

Redazione web 08/03/2017

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