Helmut Newton: un fotografo diverso

Un fotografo diverso

Helmut Newton è un fotografo diverso, e non perché prediligeva lo scatto alla tecnica. He’s a genius come disse Versace nudo come mamma l’ha fatto, avvolto in una pelliccia, seduto distrattamente su una poltrona di casa. E come certo pensava Eva Herzigova mangiando letteralmente un fiore per dare alla foto l’essenza della fame; o Cindy Crawford, infreddolita a bordo in piscina, impegnata a immergersi e risalire infinite volte fino a non sentire più il calore del suo corpo. O Andy Warhol, occhi chiusi sul divano. In pace.

June Browne l’aveva capito e anche per questo l’aveva sposato: Newton non cercava l’anima di una persona ma il modo per ritrarre i loro impulsi mettendo in equilibrio la loro furia.

Tedesco di nascita, ebreo di origine, nel 1938 aveva lasciato la Germania a causa delle leggi razziali: internato a Singapore, spedito in un campo d’internamento in Australia, con l’esercito australiano aveva poi fatto la guerra. Non era interessato a entrare dentro le persone, lui le voleva fare uscire: voleva la vita, e in un mondo di finzione come il set della moda, ha trovato una verità. Quella nuda, sincera, sancita da un patto di fiducia tra chi è dietro e chi davanti all’obiettivo: due che vogliono la stessa cosa. Quello con la macchina fotografica in mano la conosce, chi è di fronte la vedrà, stampata su pellicola.

Paolo Tedeschi
05/08/2020

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