Henry Cartier Bresson, “Le grand Jeu”

Le grand Jeu

In esposizione fino a Marzo a Palazzo Grassi (Venezia), si può ammirare la retrospettiva di Henry Cartier Bresson, “Le grand Jeu”.

Bresson cercava la verità negli sguardi e osservando le sue foto ci si ritrova a seguire gli occhi delle persone. Da cosa erano distratte e da cosa preoccupate? Bresson non cercava le pose, non era fissato con la tecnica, non seguiva in modo ossessivo la storia dei suoi scatti: il bianco e nero non era una scelta stilistica, ma uno dei modi per distaccarsi dalla realtà.

Nato artisticamente come pittore diviene uno dei più importanti esponenti della fotografia surrealista: anche se è passato alla storia per aver fondato l’agenzia Magnum a lui interessava solo “la libertà di fissare una frazione di secondo di realtà”.

Nel nuovo millennio uno scatto racconta di chi sta dietro un telefono. Cerchiamo i colori, vogliamo parlare di noi, il soggetto che inquadriamo ha l’unico scopo di dilatare il nostro ego: dove siamo, chi conosciamo, cosa mangiamo; con i filtri giusti, che sono un must, vogliamo trasmettere le sensazioni che abitano nella nostra testa, non il mondo reale.

Per Bresson era il contrario: la ricerca di uno scatto era un viaggio nella psicologia della verità, dove riusciva ad annullarsi per penetrare di chi aveva messo a fuoco con la sua Laica. Gli bastava un obiettivo da 50mm, perché solo con quell’apertura di diaframma poteva raccontare ciò che aveva visto: che fosse il funerale di Gandhi o l’espressione machiavellica di un Truman Capote reso umano. La ressa davanti a una banca cinese prima del crollo economico, o due uomini che leggono spingendo due neonati in carrozzina; due prostitute messicane che offrono il loro corpo e la loro vita, due bambini sull’ottovolante. Cosa sta guardando il bambino a sinistra? Cosa lo ha rapito al punto tale di dimenticarsi dov’è, mentre il suo amico tiene il mano il timone in preda alla tensione?

“Il momento dello scatto si colloca a metà strada tra il gioco del borsaiolo e del funambolo. È il prolungamento del suo occhio”. Di Henri Cartier-Bresson ci resta molto di più di un’infinita sequenza di memorabili scatti.

Paolo Tedeschi
28/10/2020

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