L’addio ai tempi dei social network

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Viaggiare implica l’addio. La partenza presuppone un distacco, il distacco è sempre una specie di trauma che, una volta superato, permette di salvaguardare il vissuto nel fertile terreno dei ricordi, parte attiva – consciamente o inconsciamente – della personalità di un individuo.

“Addio, monti sorgenti dall’acque, ed elevati al cielo; cime inuguali, note a chi è cresciuto tra voi, e impresse nella sua mente, non meno che lo sia l’aspetto de’ suoi più familiari; torrenti, de’ quali distingue lo scroscio, come il suono delle voci domestiche; ville sparse e biancheggianti sul pendìo, come branchi di pecore pascenti; addio! Quanto è tristo il passo di chi, cresciuto tra voi, se ne allontana!”. Cosi Manzoni dipingeva il doloroso addio di Lucia nei Promessi Sposi.

Come si dice addio oggi? È ancora il traumatico manzoniano strappo che scinde, la lacerazione che fa sanguinare in attesa che la pelle si cicatrizzi ancora una volta? Riusciamo ancora a dire addio in un mondo pervaso dai social network? A primo acchito, sembrerebbe di no. La famosa frase “beh ci sentiamo su facebook” risuona sempre nelle bocche in partenza, come a dire “beh non ti dico addio, tanto c’è ancora altro che ci tiene assieme”. E quindi l’addio slitta, si perde, salta, viene costantemente rinviato a data da destinarsi senza mai compiersi. Rimane in aria per tempi indefiniti come se la fionda rotante di David girasse prolungatamente sul suo asse, senza scagliarsi sul volto del gigante Golia, condannando l’azione allo stallo. In questo modo la forza della fionda piano piano si indebolisce, rallenta il moto rotatorio esplosivo, si fa mansueta e giracchia con stanchezza. La pietra non ferisce più, l’addio non lacera ma si smembra nella sua incompiutezza.

Nei viaggi, non riuscire a dire addio snatura le esperienze vissute. Le decontestualizza, impoverendole nella loro essenza. Le esperienze, cioè le storie – formate da determinati luoghi, persone, impressioni, sensazioni – sono fatte per essere lasciate andare. Sembra un’insensatezza, soprattutto in un tempo in cui l’esperienza è più che mai autoriale – la mia esperienza, la mia storia, la mia avventura. Eppure bisognerebbe fare un po’ come con i figli. Un buon genitore, direbbe Recalcati, sa bene che il proprio figlio non è del tutto suo, bensì più in generale del mondo, perché destinato ad immischiarsi e interagire con esso, fino a confondersi. Per un certo tempo il figlio lo si tiene stretto tra le mani, per poi un giorno lasciarlo sporcarsi di vita, consegnandolo all’indipendenza. Così sono le esperienze. Figlie create dalle azioni e dalle situazioni in cui ci immettiamo, determinandole ed essendone determinati. All’inizio, quando le si vive, le abbiamo tanto intensamente impresse sulla pelle che sembra impossibile potercene staccare. Ogni qualvolta si vive qualcosa si pensa che sia un marchio indelebile – il figlio migliore! – nella diacronia del tempo. Eppure è solo un altro figlio, un’altra esperienza ancora che si fonde nel flusso delle milioni di esperienze esistenti. Ecco l’importanza dell’addio, il chiudere e consegnare la propria storia al mondo, tagliarla dal sé quotidiano per lasciarla vivere nei ricordi di quelli che alla storia hanno partecipato.

Oggigiorni i social network rivangano nella terra sacra delle esperienze. Non le chiudo mai, le tengono sempre aperte e le sfibrano, depotenziandole al midollo. Quanti contatti portiamo a casa dopo una vacanza, un’avventura, un viaggio? Nomi presi in fretta e furia nel viavai dell’esperienza per assicurarsi che l’esperienza non passi mai, non muoia mai, viva sempre allattando dal nostro seno materno. Amici facebook con cui si scambia una chat sull’unico campo comune che è quello del vissuto condiviso – ti ricordi questo? ti ricordi quello? – che rimangono nelle bacheche social come trofei o souvenir. In questo modo le esperienze, tenute in vita dalla flebo social, non muoiono e non riescono a farsi humus buono per fertilizzare la profonda terra della personalità. Poi ci sono esperienze dalle quali nascono “contatti” che sopravvivono a tutte le contingenze, a tutte le storie particolari e vivono nonostante il differente terreno di interazione. Quelli sono gli amici, meglio tenerseli stretti – soprattutto grazie ai social network – e non imparare mai a dire loro addio.

 

 


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In un viaggio, a movimenti orizzontali (gli spostamenti) corrispondono movimenti verticali (il contatto); fili si intrecciano fino a creare la trama di un vicentino in giro per il mondo.

 

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