L’onda lunga della crisi

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C’era una volta un tempo in cui di lavoro ce n’era tanto e l’opportunità di un buon stipendio non mancava a nessuno.

Un tempo in cui ognuno poteva realizzare le proprie ambizioni e i propri sogni di successo, certo con dedizione e volontà, ma forte del vento favorevole che soffiava sulle vele. Le nostre valli venivano così rapidamente ricoperte da complessi industriali che sfornavano merce e denaro, i cancelli si aprivano ed inghiottivano generazioni di giovani operai in cerca di posto fisso e buon livello di vita, i paesi si arricchivano e si ingrandivano a vista d’occhio. La concia, il tessile, l’oro, il vicentino fioriva sotto il segno della sua industria particolare, la cittadinanza scopriva livelli di benessere e agio mai provati. Tutto sembrava più facile, ognuno poteva essere un Re Salomone e trasformare ogni cosa che toccasse in oro, senza troppi titoli, senza troppa strategia, senza troppa tattica. Poi dall’arcadia, dall’età dell’oro in cui gli alberi producevano frutti in abbondanza, si è passati alla realtà, nella favola è entrato il tempo terreno e il suo circolo storico, portandosi dietro l’autunno che ha fatto cadere le foglie dagli alberi e l’inverno ha congelato ogni ramo.

Ed eccoci ora, alcuni anni dopo, a beccarci la carestia, a vivere in un territorio desolato con scheletri di fabbriche fallite, lasciate marcire come carcasse imbeccate dagli avvoltoi. Ogni cosa che si tocca sembra trasformarsi in pietra, i cancelli del lavoro neri e impassibili si chiudono di fronte a mille facce di giovani e vecchi che scalpitano e si ammassano per potervi entrare. Non c’è posto o ce n’è pochi, e quando il cancello si apre appena per lasciare entrare una o due persone, fuori la folla s’accalca e spinge furiosa, uno nemico dell’altro. Tornano in mente in bei tempi in cui i cancelli si spalancavano accoglienti e prendevano tutto quel che c’era lì fuori ad aspettare e anzi mandavano per bocche a chiamare rinforzi.

Eppure non è tutto nero. In tutto questo, ora c’è un grande istinto vitale. Si è capito che le cose non si trasformano più in oro solo toccandole, ma servono stratagemmi e diversificativi, servono nuove macchine e aria fresca, quindi ecco che ogni mente si ingegna oltre il possibile, cerca nuove vie per l’oro, o cerca altre materie che siano altrettanto preziose e spinge la propria mente oltre i confini che si era imposta. Se l’età dell’oro ha imprigionato le menti in una medietas appagata e soddisfatta, rendendo in qualche modo le coscienze piatte e addormentate, questo impulso di sopravvivenza risveglia ogni senso, porta nuova linfa: dall’ingegnere all’operaio, oramai più nessuno può permettersi di essere standard, ma è necessario trovare un’accezione, una particolarità, una maniera per diversificarsi e auto valorizzarsi, formare una propria identità forte e non accontentarsi di prestare per poche ore braccia o cervello come un automa. Ecco che spunta la creatività, l’imprenditoria alternativa, ognuno si mette in discussione e scava su terreni inediti alla ricerca di qualcosa di trasversale da inserire. Come un impulso, questa realtà sta spingendo le persone a riconsiderarsi e rivalutarsi, premia l’innovazione, la genialità, la mobilità, boccia ed esclude la staticità e la compostezza. Si abbassa la quantità, ma si guadagna moltissimo in qualità. Ci penserà l’estate a riportare anche l’abbondanza, è la legge del tempo storico che ritorna. Come direbbe Baricco, una mutazione è come uno tsunami: non si può pretendere di rimanere fermi ai propri posti, l’onda spazzerebbe via tutto. Meglio salire su di una scialuppa, portare sotto braccio quelle poche cose che si vogliono salvare e, sfruttando la spinta dell’onda lunga della crisi, puntare avanti terra.

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