Padova: 106 infermieri finiscono dallo psichiatra

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 Carichi di lavoro eccessivi, ferie e riposi che saltano, doppi turni notte-giorno per carenza di personale, una pressione crescente. E’ il mix di stanchezza ed esasperazione che ha fatto finire sul lettino dello psichiatra 106 tra infermieri e operatori sociosanitari dell’Azienda ospedaliera di Padova (su un totale di 2400), indotto al suicidio due infermiere e mandato al «Parco dei Tigli» (clinica di Teolo specializzata nella cura dei disturbi mentali) altri colleghi.

Ulteriori 500 hanno invece ottenuto la certificazione di problemi muscolo- scheletrici (colpite schiena e ginocchia) e malattie professionali.

«Morale, il 25% del personale del comparto interno a quello che viene considerato un centro di riferimento regionale e nazionale è ko—denunciano Giancarlo Giò della Cgil e Luigino Zuin della Uil — e nessuno fa nulla per ovviare a un disastro frutto del blocco del turn over e del conseguente sfruttamento della categoria, che ha sforato il tetto delle 250 ore all’anno. Non vengono sostituiti i pensionamenti ma si spendono 1,5 milioni per mantenere due ex direttori generali e un ex direttore sanitario non riconfermati nelle rispettive aziende e rientrati in questa. Risultato: la Regione ha autorizzato l’assunzione di 12 infermieri invece di 34, devono essere recuperate 250 mila ore del 2012 e i reparti Dozzinanti, Malattie del metabolismo, Clinica medica 4 e 5 non sono stati riaperti dopo la pausa estiva. Ma la vera preoccupazione è lo stato psicofisico di lavoratori, ormai allo stremo».

I casi estremi stanno diventando quotidiani: c’è chi lavora tutta la notte, per esempio nelle Unità trapianti, per poi presentarsi di nuovo in corsia la mattina, chi viene sempre richiamato nei giorni di riposo e chi si trova a dover gestire da solo 30/50 pazienti. E allora anche se magari il corpo tira avanti, la mente crolla.

«Nell’ultimo anno abbiamo registrato un aumento dei pazienti che lamentano stress o problemi relazionali legati al lavoro — conferma il dottor Paolo Stocco, specialista della Clinica 3 di Psichiatria dell’Azienda ospedaliera padovana —. Del resto le professioni sanitarie sono le più esposte al rischio suicidio, anche per il coinvolgimento emotivo insito nelle stesse. Le persone che le scelgono sono più sensibili di altre proprio per la vocazione ad aiutare il prossimo, perciò risultano maggiormente vulnerabili alla pressione. Abbiamo in cura medici e infermieri, che lamentano principalmente depressione e ansia per la stanchezza e la difficoltà di gestire il carico emotivo. Lo spostamento dalla qualità alla quantità delle prestazioni richieste negli ultimi anni dal sistema spinge a fare i conti con risultati misurabili ma induce delusione e uno stato di demotivazione negli operatori. Già costretti a confrontarsi tutti i giorni con il dolore, la morte, il suicidio di alcuni malati — chiude Stocco — il che spesso suscita sensi di colpa, di inadeguatezza ma anche la paura di sbagliare».

Ecco, quest’ultima è l’altra faccia della medaglia: chi è troppo stanco rischia di cadere in errore con più facilità, mettendo a repentaglio delle vite.

«Eppure l’organico dell’Azienda ospedaliera è inferiore a quello degli altri nosocomi veneti e non c’è nemmeno più lo psicologo del lavoro interno —rivela Stefano Tognazzo della Uil —. Da quando il responsabile è andato in pensione, quattro anni fa, il servizio non è più stato riaperto».

Così come sono state bloccate, sempre per carenza di personale, le attività in Neuropsichiatria infantile dell’Usl 16 di Padova: una cinquantina di bimbi aspetta la certificazione per ottenere la carrozzina o altri ausilii da quest’estate e altri 52 non fanno più riabilitazione, alcuni dal 2011, perchè non sono stati rinnovati i contratti a termine a fisiatri, psicologi, psicomotricista e logopedista.

«Di fronte a tutto questo le due direzioni tacciono—chiudono i sindacalisti— ma se entro dieci giorni non avremo risposte almeno dall’Azienda ospedaliera, proclameremo lo stato di agitazione ».

 

 

 

 

 

Corriere del Veneto.it

Redazione web 18-10-2013

2 COMMENTS

  1. sono un operatore socio sanitario e non capisco perchè in italia si deve lavorare cosi, che vergogna !! come si fa a curare gli altri se non si curano prima loro stessi….e poi dicono che la sanità non funzione, le persone sono umane non macchine programmate….eppure dopo un po si rompono anche loro….

  2. Gent.ma Redazione, mi complimento con Voi per la solerte rilevazione di dati, che tra gli operatori della Sanità sono noti. Negli ultimi anni la Sanità Italiana è stata sottoposta a notevoli angherie: blocco dei contratti, blocco del turn-over, mancate assunzioni , aumento dei carichi di lavoro. In tutte le regioni italiane. Risultato ? Peggioreranno le cure e la “care” del paziente, i “curatori” si trasformano in malati! Sono molto triste e rammaricata per quanto avviene , ma come singolo non posso certo risolvere il problema; questo è un problema che va rivolto all’intera popolazione… anche per chè TUTTI abbiamo una SALUTE DA SALVAGUARDARE.

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