Per un’altra idea di Europa

 photo sguardidiprov_zpsa3727ccajpg_zpsece300be.jpeg

Febbraio, anno 1849. Papa Pio IX pochi mesi prima si è rifugiato a Gaeta, lasciando la capitale e le sue rivolte travestendosi da prete e infilandosi alla svelta sulla carrozza di un diplomatico straniero. A Roma, per spinta popolare, si instaura la Repubblica Romana, che dura per soli 5 mesi fino a quando il Papa, aiutato dalle nazioni cattoliche, riconquista la città. Che importanza può avere attualmente un’esperienza tanto breve, spesso dimenticata dalla storia comune e collettiva? 

Non dimentichiamo che quella è l’epoca dell’ordine politico indetto dal congresso di Vienna del 1815, dettato del potere delle monarchie europee. L’esperienza di Roma, per la sua unicità e quasi come un grido di libertà, ha un’eco spaventosa che rimbomba di muro in muro, attirando personalità da tutto il mondo che accorrono in supporto della causa repubblicana. Lì, nel cuore d’Europa, si manifesta in maniera concreta il germe del potere popolare. È una scintilla che non riguarda l’Italia sola, invero scavalca i confini (non ancora) nazionali; una figura interessantissima, ad esempio, è la giornalista statunitense Margaret Fuller, convinta sostenitrice della causa repubblicana, che pubblica vari articoli sulle vicende italiane grazie ai quali, negli Stati Uniti, le si segue con moltissimo interesse. Vivo e rigoglioso è l’entusiasmo attorno all’esperienza, i maggiori intellettuali dell’epoca aderiscono senza riserva al movimento. Mazzini, forse il maggiori protagonista di questa stagione, già parla di un’unità d’Italia basata sul volere popolare. Ma ancor di più parla di Europa unita, fondata su valori forti quali fratellanza e cooperazione, senza egemonie. E doveri civici di ognuno, ritenuti fondamentali.

La Repubblica Romana è uno splendido esempio di volontà popolare basata sull’idea di un’etica comune pronta ad irradiarsi e ad estendersi. È il vagito di un’identità costruita non sui tavoli delle grandi potenze, ma tra la gente, gente che richiama altra gente, che richiama altra gente ancora, quasi come una staffetta passata di mano in mano. Mazzini, ritenuto una figura estremamente pericolosa dai governi europei per le sue idee rivoluzionarie, non è mai stato preso, sebbene ricercatissimo, perché una fitta rete di persone unite dagli stessi principi lo ha salvato, nascondendolo in tutti i territori del vecchio continente. Sono gli anni in cui si rafforza l’idea che il dialogo, la multiculturalità, la diversità siano sempre fonte di forza e arricchimento, mai di svantaggio. Apprendere per osmosi in un contesto trans-nazionale. Ma il volere popolare viene schiacciato dal volere elitario, che detta i tempi di un’altra storia. L’evoluzione di quella storia, ha fatto sì che in Europa oggi si realizzasse quel che Mazzini temeva ieri: un’unione su base economica in cui dei paesi di serie A (asse Berlino-Londra-Parigi) dominano sui paesi di serie B. L’Europa unita è nata su accordi di libero scambio per il carbone e l’acciaio.

Potevamo essere l’altra cosa. L’Europa fatta dal volere dei popoli. Il seme della Repubblica Romana poteva fiorire in tutto il prato continentale, costituendo la traccia di un’identità culturale. Il filo di una grande maglia. Ma è stato malamente tagliato. E ora l’attuale potere, erede storico di quel potere che ha chiuso quelle bocche repubblicane, che ha impedito il crearsi di un “io” europeo comune basato sul dialogo culturale, finanzia milioni di euro in programmi di interscambio giovanile tra vari paesi, proprio al fine di creare quell’identità che manca, che allora ha voluto strategicamente tacere. L’insieme gravita attorno ad accordi economici. Manca un centro concettuale unitario e manca tutt’ora un vero organo d’espressione orizzontale, se non concesso in piccoli frammenti. Sembrerebbe bastare, ma la storia, la più recente, ci sta insegnando tutto il contrario: la moneta ha sempre bisogno dell’uomo che la porti sulla mano. Ed ecco che sorgono movimenti separatisti in ogni lato che nient’altro sono se non il risultato di una mancata identità comune. Nessuno (o in pochi) si sente di condividere, oltre ad una moneta, un’identità. Un’esperienza europea. La fratellanza, ora come ora, è l’ultimo dei valori. Altrettanto lo è il dialogo interculturale come motivo d’arricchimento, e non saranno certo un paio di Erasmus a fare l’Europa unita.

Eppure quando diciamo Europa, per forza di cose, intendiamo ognuno di noi, aggruppati dalle contingenze in un qualche sperduto cantone d’Italia. Sempre se ci va di accettare la sfida di unirci in un’etica comune. Noi siamo le nostre possibilità, direbbe Heidegger, indagarle è il compito dell’uomo.

 

 

 

 

Invia la risposta

Lascia il tuo commento
Scrivi il tuo nome qui