Questioni di forma

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Una professoressa mi spiega che nell’università dove insegna – una nota università privata portoghese – i professori sono talmente impegnati con burocrazia, meeting scolastici, eventi accademici, che non resta loro il tempo materiale per preparare adeguatamente le lezioni. Quel che conta non è l’insegnamento, ma la forma: tutto in apparenza deve funzionare bene e dev’essere curato, a partire dal giardinetto esterno. Sarà perché è un’università privata, mi dico. Lì sicuramente la forma vale più del contenuto.

Poi però collego alcuni fatti dispersi nella nebulosa delle esperienze quotidiane: penso che in Portogallo i professori si indicano con Dottor Professor, specificando il titolo dottore. Penso alle vicissitudini di una mia amica, impiegata in un call center, che quando chiede del signor tal dei tali capita che l’altro risponda signor dottor tal dei tali, sottolineando l’importanza del titolo (che include qualsiasi laureato). Penso al rapporto tra colleghi universitari o di lavoro tra cui ci si dà del lei per un bel pezzo, fino a che non si abbatte – se si riesce – il muro del “rispetto” per entrare nel campo dell’intimità. Penso all’estrema cortesia e gentilezza da etichetta che in generale i portoghesi riservano quando conoscono una persona, che se da un lato è piacevole e impressiva, dall’altro blocca i normali meccanismi di interazione personale che passano attraverso il linguaggio della confidenza. Non si capisce insomma, all’inizio di un rapporto di amicizia, se ti si faccia un favore per convenzione generale (in cui la tua identità potrebbe sostituirsi a quella di chiunque altro) o per piacere personale e selettivo. Penso ad un museo aperto finanziamenti pubblici importanti, inaugurato in pompa magna per la soddisfazione di tutti e poi lasciato solo a se stesso senza personale: apre solo su prenotazione, però è stato aperto.

Eppure il Portogallo è un paese tanto semplice. Anzi, è proprio la sua semplicità autentica ad essere un valore fondamentale anche per il turismo. Lisbona è la città delle stradine arabe e degli antichi quartieri di pescatori. A tratti è quasi decadente e mostra i segni di una vita umile e povera.

Come si giustifica un atteggiamento tanto formale dei suoi abitanti in un contesto tanto semplice? Non dovrebbero, per analogia, infischiarsene dell’etichetta? Rivedendo i casi sintomatici però ci si accorge che non parliamo di tutti i suoi abitanti, anche se di una buona fetta. Precisamente quella della borghesia post progresso, che in un certo qual modo si è staccata dal contesto semplice di base per inserirsi in ambienti più ricercati – vedi l’università, la cultura, il lavoro terziario, la politica, etc. E allora i conta tornano: la formalità come segno distintivo e marcante della presa di distanza da quel che si era. Quasi un rifuggire, un proteggersi dal “basso” che per contrappasso aumenta la sua portata. Convergendo tutta l’energia sulla forma, che è quel che si vede e che contraddistingue. Non è un caso che l’architettura contemporanea portoghese sia molto conosciuta: l’architettura dà forma agli edifici. Così come il graphic design, che veste i contenuti, nel quale sono all’avanguardia. Il valore sta nel logo. È un paese che si spacca in due, tra semplicità disarmante e rigidità protettiva. È nello stare in mezzo che si coglie tutto il suo fascino.

 

(foto di Rita Carpinha)

 

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In un viaggio, a movimenti orizzontali (gli spostamenti) corrispondono movimenti verticali (il contatto); fili si intrecciano fino a creare la trama di un vicentino in giro per il mondo.

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