Le risposte dell’anguana

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Lo spazio, quello fisico e concreto, è la culla dell’immaginazione. L’immaginario comune, attorno al quale da sempre si stringono le popolazioni, trova la sua scintilla originaria in una roccia, in un fiume, un una pianta, insomma in un elemento naturale-spaziale.

La natura, con i suoi spazi, modella la fantasia collettiva, offre topoi concreti tanto ispiranti da farci girare sopra una storia. La luminosa mitologia si costruisce in una caverna scura. È così che, tanto tempo fa, sono nate e continuano a vivere quelle strane creature che nell’alto vicentino chiamano anguane.

L’anguana è una figura mitologica sviluppatasi principalmente nei territori alpini dell’Italia Settentrionale. Il nome anguana, che conta moltissime variazioni a seconda dei luoghi (Gane, Vivane, Anganis, Guandane, etc.) pare derivare dal latino popolare “Aquane”, ossia ninfe, creature delle acque. Varie sono le versioni circa l’aspetto dell’anguana: donna bellissima e seducente, oppure vecchia spettrale e scarnita, oppure essere dai tratti inumani quali i piedi di gallina, o di anatra, o di capra, gambe squamate …
Ma al di là dell’apparenza, l’anguana resta la dea delle acque montane, delle sorgenti, delle fonti incastonate nei fitti boschi delle alture, nascosta nelle cavità delle rocce, nelle asperità del terreno, nelle grotte scure e umide. La si vede, non la si vede, aiuta l’uomo e gli nuoce, l’anguana è arroccata negli spazi più difficili da raggiungere, fuori dalla portata della moltitudine. Ecco perché si sa poco di lei. In pochi l’hanno vista realmente, non in tanti l’hanno sentita cantare. Si sa che esiste e ci sono storie disparate che corrono di bocca in bocca, di secolo in secolo, contribuendo a mutare sempre la sua identità. Può dare buoni consigli, fare sogni premonitori, cantare in modo meraviglioso, può dispensare il dono della fertilità, ma può anche fare maledizioni e urlare in modo fastidioso, essere terrifica e malvagia.

Identità non fissa, non statica, ma mutevole, cangiante, sempre in viaggio. Come i popoli che se la sono portata appresso, che l’hanno lasciata in qualche antro roccioso per ritrovarla poi sotto un nome “sbagliato” in un ruscello fresco. Alimentata dal meticcio, dalle impurità linguistiche, dai cacciatori di miti. Figura bastarda, benedetta, maledetta, sensuale, spaventosa, che si è guadagnata vita propria, lontana da una precisa appartenenza. Non è di nessuno in specifico, è di tutti in generale. Ognuno se la prende a suo modo, ognuno la custodisce nel luogo più adatto che lo spazio fisico riserva. Come un enigma da risolvere.
Nell’anguana si concentrano i sogni e le paure dei popoli sparsi nei pendii verdi e bagnati delle montagne, si condensano come gocce di vapore le fantasie collettive attorno ad una ninfa magica. In lei si esprime la virtualità umana, virtualità intesa come linguaggio per immagini. Lei è l’immaginario del monte.
Ma ora che l’uomo si è guadagnato la virtualità elettronica, con immagini precisissime e chiarissime, sembra non aver più bisogno di lei, preso com’è da altri spazi senza spazio. Nella rete non esistono asperità o incavature scure, tutto è luminoso e certo. Piovono risposte concrete.
Ma l’anguana non è una risposta, ma un insieme di domande irrisolte. Esiste sui dubbi dell’uomo.
Non sparirà smembrata in una pagina web, ma resterà celata lassù, nelle alture, per quelli che la vorranno ancora vedere.

 

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