Un nuovo De Gregori

E diciamola tutta, è stata una discreta scelta quella di cambiare idea: ma era il 1977.

Che Francesco De Gregori in questo tour sia in una versione diversa rispetto alla sua immagine consolidata, lo si intuisce subito dalla camicia hawaiana con la quale si presenta. C’è qualcosa di diverso in lui, e lo si nota dal rapporto simbiotico con l’orchestra che lo accompagna, forse il vero motivo di questo tour. De Gregori storicamente non ha mai amato cantare davanti alla gente, arrivando a storpiare il ritmo delle canzoni per “impedire” al pubblico di cantare con lui: con questa orchestra invece sta così bene che a tratti quasi si lascia andare. Dialoga con gli spettatori, dà importanti chiavi di lettura alle canzoni che cantiamo da quarant’anni, è sorridente e gioviale al punto di regalare un omaggio fatto di poche note al suo amico Lucio Dalla: uno spunto delicato e romantico.

Per anni ha provato a convincerci che non c’è niente da capire, una canzone meravigliosa o forse uno scudo che il poeta timido aveva provato a mettere davanti a sé, perché non avrebbe mai voluto spiegare la tristezza di Buonanotte fiorellino, la cui leggenda galleggiata tra bufale e verità nascoste. Non avrebbe mai voluto spiegare l’amore che sta dietro certe parole dure, o la sorpresa di sapere che Rimmel, scritta in pochi minuti quand’era ragazzo, sarebbe stata la sua canzone più acclamata. Ma nella gremita piazza di Marostica l’ha messa in scaletta e l’ha cantata solo per noi, nel gran finale, per non lasciarci tornare a casa con la delusione negli occhi di qualcosa che rimane tra le pagine chiare e le pagine scure.

Il grande successo del pubblico non è quasi mai la canzone più amata dal cantautore, che si riempie il cuore con Santa Lucia e soffre insieme alla Donna Cannone;  lui, che alla fine è solo un uomo che cammina sui pezzi di vetro – che dicono ha due anime – ma non è né acrobata né mangiatore di fuoco. Ma neppure un santo che cammina piedi nudi…

Paolo Tedeschi

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