Una vita in Paranà

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Panta rei. Tutto scorre, direbbe Eraclito. Non si entra due volte nello stesso fiume, il tempo scivola via come le acque della corrente. C’è da specificare però di che corrente e di quale fiume si tratta.

Buenos Aires è un fiume in piena che esplode: è fatta di tutte le persone che qui vi sono confluite e tutte le storie che si sono portate appresso, come l’incidenza di milioni di ripidi torrenti in uno stesso identico punto. Buenos Aires è uno schiumare incessante nelle sue tante contraddizioni.

Paranà è la città capitale della regione di Entre Rios, la regione dei due fiumi (il Paranà e l’Uruguay, nel nord dell’Argentina). A sette ore di autobus dalla capitale (considerata vicinissima), nasce proprio sulle rive del fiume che le dà nome. Il tempo scorre anche qui, ma col ritmo calmo e pacato della corrente del suo rio. Immaginate un fiume enorme che scende dal Brasile, colorato di marrone dal ferro e dal fondale, che si porta dietro tantissima acqua – arriva a profondità di 30 metri – e che scorre lento e pesante nella sua direzione. L’umidità si alza attorno come le zanzare del tardo pomeriggio. Palme e vegetazione verdeggiante gli ornano la sponda. Quanto influenza l’uomo la geografia? Nell’era dei condizionatori d’estate e dei riscaldamenti d’inverno, nell’epoca delle stagioni viste passare dalla finestra di casa, quanto pesa il clima, la morfologia del paesaggio, i lineamenti dell’ambiente attorno? Tomasi di Lampedusa, nel Gattopardo, parlava di clima come causa dell’arretramento della Sicilia. Paranà, con quasi 400 mila abitanti, più che una città vera e propria, sembra un paesotto. Le case si alzano per non più di pochi piani, la cattedrale ancora riesce ad essere intravista tra i tetti senza essere nascosta dal fiorire moderno e sontuoso dei grattacieli; la siesta tra l’una e le cinque non la toglie nessuno, alla faccia del mercato 24h su 24. Ma dove le tengono 400 mila persone? Come fanno queste quattro vie incrociate del centro a raggruppare la moltitudine? C’è bisogno di ripensare al concetto di spazio e di come occuparlo. La lunghezza dell’Italia non è che appena la larghezza dell’Argentina. Lo spazio è immenso, sconfinato, incontrollabile. Paranà, invece di alzarsi, si è allargata, il progresso edile ha lavorato sui fianchi liberi e smisurati. La morfologia del paesaggio l’ha fatta stendere sul terreno pianeggiante di Entre Rios, fedelmente adagiata a fianco del suo fiume come un’amante innamorata.

Il fiume è il metronomo che scandisce il ritmo delle giornate. Mattinata di lavoro, siesta obbligata dal caldo umido e afoso, pomeriggio di lavoro e passeggiate serali lungo le sponde del Paranà. Week-end sulle spiagge fluviali e, per chi può, uscite in kayak.
La città di Paranà l’ho vissuta per soli cinque giorni. Il couch surfing (come anche blablacar, woofing, uber, etc.), figlio della società orizzontale, della modernità liquida tanto contestata e additata come priva di valori, mi ha fatto conoscere Carlos e Gisela, coppia di ragazzi che hanno aperto le porte della loro casa quanto quelle della loro vita, senza riserve. Tra grigliate in famiglia, partite di calcio con gli amici, cene improvvisate e lezioni di lingua, l’antichissimo e sacro valore dell’ospitalità greca si è concretizzato a partire da un modernissimo contatto in rete grazie al quale, con un po’ di fiducia, il diverso è vissuto come opportunità e non solo come minaccia, scansando la tanto diffusa contemporanea diffidenza.
A Paranà ci sono stato per cinque giorni e mi sembra di esserci stato una vita. È il vantaggio di un fiume che se ne sfugge lento, battendo un tempo intenso e rilassato. Panta rei sempre, certo. Ma a modo suo.

 


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In un viaggio, a movimenti orizzontali (gli spostamenti) corrispondono movimenti verticali (il contatto); fili si intrecciano fino a creare la trama di un vicentino in giro per il mondo.

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